L'ANGOLO CULTURALE

IGOR MITORAJ
IL GIGANTE DELLA SCULTURA
NELLA VALLE DEI TEMPLI
Di Ubaldo Riccobono
Igor Mitoraj, grande scultore di opere giganti, non poteva non essere
sedotto dal mito della Valle dei Templi di Agrigento, provando la stessa
forte sensazione che fascinò il Premio Nobel, Salvatore Quasimodo, fino
ad esprimersi con versi scultorei sul gigantesco Telamone disteso tra le
rovine del tempio di Zeus dell’antica Akragas:

…Il telamone è qui, a due passi
dall’Ade (mormorio afoso, immobile),
disteso nel giardino di Zeus…
(Quasimodo, Tempio di Zeus ad Agrigento)

Lo scultore tedesco-polacco sembra aver captato questo messaggio, quasi
per telepatia, se consapevolmente afferma:
“Nella mia scultura cerco un'eco di antichità”



Questo istintivo richiamo riecheggia nelle parole rese durante
un’intervista: “Per
me è un'esperienza straordinaria, dire che sono commosso è dire poco. Io
sono ovviamente abituato alle mie opere, ho esposto in tanti spazi
all'aperto, da quelli storici ai contemporanei come la Défense a Parigi.
Ma mi faceva molta paura l'idea di esporre qui, dove c'è l'incontro
diretto con le radici della nostra civiltà, senza il filtro di secoli,
come è stato, per esempio, a Firenze al Giardino di Boboli. Invece qui
le mie opere prendono una forza diversa. Sono stato molto attento a non
invadere lo spazio dei templi, ho lasciato sempre diversi metri fra
sculture e monumenti, proprio per creare un dialogo di prospettive. Con
una battuta, potrei rispondere che è un ritorno a casa.”



Ritorno, quindi, nella terra di giganti, la greca Akragas che prese il
nome dal mitologico dio fiumicello, figlio di Zeus, gigante che osò
sfidare il padre degli dei, venendone trasformato nell’omonimo fiume che
ancor oggi, limaccioso torrente, scorre attorno alla città. E tuttora
nello stemma comunale viene rappresentato questo mito antico con tre
cariatidi che sorreggono i castelli della città, a ricordare la caduta
rovinosa del nove dicembre 1401 degli ultimi tre giganti che sostenevano
parte del famoso tempio di Zeus Olimpio.


Igor Mitoraj, considerato lo scultore vivente più importante e
significativo e le cui opere sono considerate capolavori di inestimabile
valore, ha voluto per questa sua mostra monumentale di bronzi e
travertino il titolo significativo “La valle degli dei”. Le opere sono
state installate lungo il percorso che va dal tempio dei Dioscuri fino
al tempio di Giunone. La mostra, che resterà aperta fino alla fine di
novembre, è la più importante della carriera dello scultore, la più
lunga nel tempo, otto mesi, e nello spazio, diciotto opere disseminate
per un chilometro e mezzo di parco. Le sculture monumentali, che si
ispirano in gran parte alla saga di Dedalo e Icaro, danno luogo ad un
emozionante effetto scenografico, saldando lo spirito antico con l’arte
contemporanea.
Così l’area archeologica si popola con 18 istallazioni contemporanee
capaci di offrire inaspettate sensazioni, quasi proiettando i visitatori
nel passato più remoto. Mitoraj, che ha il “Tindaro” alla Défense di
Parigi, il “Thsuki-No-Hikari” al British Museum di Londra, non è certo
nuovo ad accostamenti insoliti e inediti delle sue opere come quello
realizzato ad Agrigento.


Allo scultore interessa il contenuto delle opere antiche, la loro anima,
non la forma estetica e si rende conto che le sue opere sono quasi
trappole mentali. E’ il modello greco quello a cui tende, non limitato
solo all'arte, ma esteso alla filosofia, alla stessa democrazia. Il suo
lavoro vuole parlare all’immaginario che è dentro di noi. Non è
l’artista che deve parlarne, ma sono le opere a parlarne per lui.


La mitologia della Valle dei Templi non potè non esercitare il suo
fascino perfino su Luigi Pirandello, il quale compose uno dei suoi tre
miti, forse l’opera sua più grande di teatro, intitolata “I giganti
della montagna”.


IN RICORDO DI KAROL WOJTYLA
Iniziamo con una poesia di
Nino Agnello
Nel 18° anniversario della venuta
del beato Giovanni Paolo II in Agrigento
E venne pure nella Valle
a segnare un crocevia nella storia,
parlò, da Maestro, ai quattro venti dal balcone
del Seminario aperto a tutti gli ascolti,
e tuonò pure quel giorno dal trono
del Campo sportivo, arrabbiatissimo:
e fu più che profeta tagliente, ammonitore:
"Dico a voi mafiosi, convertitevi!
Verrà un giorno il giudizio di Dio
e quello degli uomini, il carcere
e sarà duro, durissimo."
Tuonò e piovve acqua di sollievo
e di giustizia per occhi lacrimosi
e cuori induriti dalla secca stagione
di soprusi e stragi sanguinose.
Wojtyla profetizzò e subito qualcuno
eresse la croce, questa croce miliare
a spartiacque d’augurio per nuovi traguardi
oltre l’uomo, oltre quell’annunzio.
Nino Agnello
Agrigento, 8 maggio 2011
di Ubaldo Riccobono
“Dio
ha detto una volta non uccidere.
Non può l’uomo, qualsiasi uomo,
qualsiasi umana agglomerazione, mafia,
non può cambiare e calpestare
questo diritto santissimo di Dio.
Questo popolo, popolo siciliano,
talmente attaccato alla vita,
popolo che ama la vita, che dà la vita,
non può vivere sempre sotto la pressione
di una civiltà contraria, civiltà della morte!?
Lo dico ai responsabili: convertitevi!
Una volta, un giorno, verrà il giudizio di Dio!”
E’ con queste incisive parole di condanna alla mafia, pronunciate nella
Valle dei Templi di Agrigento nel maggio del 1993, che vogliamo
ricordare Karol Wojtyla, Papa Giovanni Paolo II, che beatificato in San
Pietro a Roma. Ci sembra che le sue parole, che abbiamo voluto rendere
sotto forma di drammatica poesia, siano l’alta testimonianza della sua
santità e della profondità del suo magistero.
Per l’occasione celebrativa, riportiamo due poesie dedicategli da Nino
Agnello e da me.
Commiato
per Giovanni Paolo II
Venuto da lontano
è andato molto più lontano
a unificare il mondo
nell’amore del Padre,
e al trono del padre ora è tornato
alacre pellegrino anima bianca
dentro il mantello che fece svolazzare
più volte sulle nevi alpine
essendosi votato atleta del Signore.
A noi terreni in lutto
lascia il corpo offeso da cento coltelli
per farne pietra miliare al nostro cammino
sepolcro mausoleo sala delle visite
tutte le volte che vorremo orientare il passo
verso un luogo di comune convergenza,
universale misura a valutare un uomo
che s’innalza aquila bianca
oltre quanto fu mai possibile
a spaurito passerotto. Carlo Wojtyla
è già stella di prima grandezza
nel firmamento di luce.
(Nino Agnello, da “Cronache del magro vivere, 2005)
A
Giovanni Paolo II il Grande
Ora che non ci sei
sei più presente di prima,
perché, Padre Santo,
allora ignoravo
la tua grandezza,
come il figlio che dà la mano al genitore
e con lui cammina sicuro
senza paura,
finchè scopre d’essere solo
senza quella mano forte
che lo trascinava.
(Ubaldo Riccobono, da “All’amica infedele e altri frammenti poetici”,
2010)
"Nessuna
istituzione può da sola sostituire il cuore umano, la compassione umana,
l'amore umano, l'iniziativa umana, quando si tratta di farsi incontro
alla sofferenza dell'altro..."
GIOVANNI PAOLO II

Sono parole molto belle di Giovanni Paolo II, che all'Ospedale facemmo
mettere sulla cartolina, nella quale si vede il Papa che benedice Suor
Caterina Capitani, allora la madre superiora delle Figlie della Carità,
a suo tempo miracolata da Giovanni XXIII. Suor Caterina purtroppo è
venuta a mancare l'anno scorso, ma questi ricordi sono rimasti nella
storia dell'Ospedale e di Agrigento. Le figlie della Carità vennero ad
Agrigento - allora Girgenti - nel 1867, quando scoppiò il colera,
proprio nell'anno in cui nacque Luigi Pirandello. Le Figlie della Carità
vengono citate da Pirandello più volte. Anzi ad esse viene dedicata una
drammatica novella.

Ricorrendo i 150 anni dell'Unità d'Italia abbiamo invitato i nostri
amici ad intervenire su questo ampio, discusso ed attualissimo
argomento.
Il 1° articolo che ci è pervenuto è quello del Prof Nino Agnello, il 2°
articolo è quello del Prof. Calogero Sciortino; in successione sono
riportati gli articoli dal più recente a seguire.

Pirandello
e il Risorgimento familiare
Pirandello definisce
I vecchi e giovani
il romanzo della Sicilia dopo il 1870, amarissimo e popoloso, ov’è
racchiuso il dramma della sua generazione. E in effetti, in questa
poderosa opera largamente autobiografica - come ebbe a rilevare Leonardo
Sciascia in
Pirandello e il pirandellismo
- emerge tutta l’amarezza per il Risorgimento tradito; un Risorgimento
per lo scrittore intriso di memorie, di fatti e di sentimenti
familiari, rivissuti sin dall’infanzia attraverso le parole del padre
Stefano, carabiniere garibaldino, e della madre Caterina Ricci Gramitto,
che a soli tredici anni, con tutta la famiglia, assistette impotente al
dramma del padre Giovanni, condannato ad espatriare dai Borboni
nell’esilio di Malta.


Nella novella
Colloqui coi personaggi
il fervente spirito patriottico della famiglia Ricci Gramitto viene
rievocato dalla madre con accenti drammatici, nel contrasto potente tra
la bellezza dell’isola maltese “con
quel golfo grande grande, d’un azzurro aspro, luccicante d’aguzzi
tremolii”,
del paesello bianco di Burmula,, “piccolo
in una di quelle azzurre insenature”,
e il cordoglio senza fine del padre di non poter vedere per la Sicilia
il giorno della vendetta e della liberazione: stato d’animo che lo
consunse a poco a poco a soli 46 anni.
“Ci
chiamò tutti attorno al letto il giorno della morte e si fece promettere
e giurare dai figli che non avrebbero avuto pensiero che non fosse per
la patria e che senza requie avrebbero speso la vita per la liberazione
di essa”
(Colloquii coi personaggi, novella, agosto-settembre 1915).
Il nonno dello scrittore, Giovanni Battista Ricci Gramitto, avvocato di
Girgenti, aveva pagato con l’esilio forzato e la morte di stenti per
essere stato uno dei massimi esponenti dei moti rivoluzionari del
1848-49 a Palermo - primo evento rivoluzionario in Europa - e per questo
non era rientrato nell’amnistia del general perdono del Borbone,
unitamente ad altri 42 esclusi: 1) D. Ruggero Settimo; 2) Duca di
Serradifalco; 3) Marchese Spedalotto; 4) Principe di Scordia; 5)
Duchino della Verdura; 6) D.Giovanni Ondes; 7) D.Andrea Ondes; 8) D.
Giuseppe La Masa; 9) D. Pasquale Calvi; 10) Marchese Milo; 11) Conte
Aceto; 12) Abate S. Ragona; 13) Giuseppe La Farina; 14) D. Mariano
Stabile; 15) D. Vito Beltrani; 16) Marchese di Torrearsa; 17) Pasquale
Miloro; 18) Cav. D.Giovanni S.Onofrio; 19) Andrea Mangerua; 20) Luigi
Gallo; 21) Cav. Alliata; 22) Gabriele Carnazza; 23) Principe di
S.Giuseppe; 24) Antonino Miloro; 25) Antonino Sgobel; 26) D. Stefano
Seidita; 27) D. Emmanuele Sessa; 28) D. Filippo Cordova; 29) Giovanni
Interdonato; 30) Piraino di Milazzo; 31) Arancio di Pachino; 32) D.
Salvatore Chindemi di Catania; 33) Barone Pancali di Siracusa; 34) D.
Giuseppe Navarra di Terranova; 35) D. Giacomo Navarra di Terranova; 36)
D. Francesco Cammarata di Terranova; 37) D. Carmelo Cammarata di
Terranova; 38) D. Gerlando Bianchini di Girgenti; 39) D. Mariano Giojeni
di Agrigento; 40) D. Francesco Giojeni di Girgenti; 41) D. Giovanni
Gramitto di Girgenti; 42) D. Francesco De Luca di Girgenti; 43) D.
Raffaele Lanza di Siracusa.
Morto il padre, la famiglia di Caterina aveva fatto ritorno in patria,
in casa di quello zio che l’aveva mantenuta durante l’esilio a Malta,
quello stesso zio canonico che era stato costretto a cantare
controvoglia alla Cattedrale il
Te deum
di ringraziamento per il ritorno al trono di Ferdinando II di Borbone,
mentre il fratello prendeva la via dell’esilio.
Ma l’insofferenza alla tirannia del Borbone continuava ad essere viva e,
come una vera ossessione, non risparmiava nessuno dei discendentii
della famiglia Gramitto, uomini e donne, fedeli al ricordo paterno e al
richiamo della patria:
“Eh
sì, troppo veramente mi doleva d’essere donna allora e di non poter
seguire i miei fratelli! Io la cucii, quasi al bujo, in un sottoscala,
la bandiera tricolore con cui il mio più piccolo fratello insieme con
gli altri congiurati, il 4 aprile 1860, uscì armato incontro al Presidio
borbonico, nella stess’ora che a Palermo un altro
dei
miei fratelli doveva irrompere dal convento della Gancia; e qua da noi,
in provincia, di tanti che avevano giurato di scendere in piazza armati
si trovarono in cinque soltanto contro duemila borbonici!”
(Colloquii coi personaggi, novella, agosto-settembre 1915)

Mentre
alla Gancia di Palermo il fratello di Caterina, Rocco Ricci Gramitto, si
salvava a stento, a Girgenti l’altro fratello, Innocenzo, issava il
tricolore, mettendolo nel pugno di una statua sulla facciata della
chiesa del Purgatorio, come ricorda tuttora l’iscrizione di una lapide.
Nell’aprile 1860
animosi girgentini del Risorgimento
guidati dalla profonda anima religiosa
di nostra gente
issavano per la prima volta
il vessillo della Patria
in pugno a questa statua
sul fronte sacro di questo tempio
all’ombra della Croce.
L’anima
di questa nuova rivoluzione era stato il siciliano Francesco Crispi, il
quale, già a Napoli, dove esercitava l’avvocatura, aveva fatto da
tramite tra i patrioti napoletani e quelli siciliani. Allo scoppio dei
moti del ’48 (12 gennaio) Crispi aveva fatto parte del Comitato di
Guerra, risultando poi eletto deputato alla Camera dei Comuni. Fallita
la rivoluzione, nel ’49 era andato poi esule in Piemonte, venendone però
espulso nel 1853, costretto quindi ad espatriare a Malta. Ma anche da
Malta veniva cacciato, riparando precipitosamente a Londra e quindi a
Parigi, dove riuscì a tenere i collegamenti con Mazzini e Rosolino Pilo.
L’insurrezione in Sicilia era stata concordata con il Mazzini, il quale
a sua volta l’aveva studiata nei minimi dettagli con Garibaldi. Doveva
trattarsi di una rivoluzione repubblicana e, per questo, Crispi si era
recato in Sicilia, in gran segreto, già nel luglio-agosto del 1859, al
fine di poter preparare il terreno. Sarebbe iniziato tutto dal convento
della Gancia di Palermo, con l’intento di incendiare, per farle
sollevare, tutte le popolazioni del Sud fino a Roma. Tuttavia, il
fallimento dell’impresa non impedì a Garibaldi di partire da Quarto,
convinto in ciò da Crispi che, ottenendo l’assenso tacito dei Savoia,
aveva perorato la spedizione come l’ultima chance che si offriva per
svincolare il sud dal giogo dei Borboni.
Ai garibaldini, partiti da Quarto, si unirono i patrioti siciliani, tra
cui il padre dello scrittore e gli zii Rocco e Vincenzo, i quali,
tutti, parteciparono, l’anno successivo, all’ulteriore spedizione
garibaldina, conclusasi infaustamente all’Aspromonte. Lo zio Rocco per
primo soccorse Garibaldi ferito e raccolse lo stivale del generale, che
oggi si trova al Vittoriano di Roma, dono della famiglia Ricci Gramitto..
Ma anche il padre dello scrittore fu un entusiasta garibaldino della
prima ora, arruolandosi tra i carabinieri e marciando al fianco del
generale, seguendolo dalla Sicilia fino a Napoli e successivamente
nell’infausta impresa dell’Aspromonte. Durante l’epopea garibaldina,
Stefano Pirandello aveva conosciuto Francesco Crispi - di cui sarebbe
divenuto poi un grande elettore - e il futuro cognato Rocco Ricci
Gramitto. Le parole della madre:
“Quando
quel mio fratello ritornò dalla prigionia nella caserma di San Benigno a
Genova, tutto il popolo qua lo condusse quasi in trionfo alla madre e a
noi che lo aspettavamo festanti; e fu allora ch’io conobbi per la prima
volta vostro padre, reduce anche lui d’Aspromonte, garibaldino anche lui
del Sessanta, carabiniere genovese. Avevo già ventisette anni e non
volevo più sposare; mi toccò sposare perché lui lo volle, lui che poteva
imporsi al mio cuore con la bella persona e più, in quei fervidi anni,
con l’animo che voi figliuoli gli conoscete, per cui ancora, vecchio,
esulta e si commuove come un bambino per ogni atto che accresca onore
alla patria”
(Colloquii coi personaggi, novella, agosto-settembre 1915)
Stefano Pirandello e Rocco Ricci Gramitto s’iscrissero alla Massoneria,
di cui facevano parte come dirigenti Garibaldi e Crispi, e furono in
corrispondenza con il Generale. Subito dopo l’Aspromonte, Rocco Ricci
Gramitto aveva inviato una lettera all’Eroe, chiedendo notizie sul suo
stato di salute e dedicandogli dei versi. Il generale aveva risposto:
“Caro
Gramitto accetto riconoscente la dedica dei Vostri bei versi e ve ne
ringrazio; Voi con la mente e col braccio avete mostrato di qual santo
affetto amate la Patria. Gradite una mia stretta di mano, e tenete lo
stivale che raccoglieste in Aspromonte per memoria del Vostro Giuseppe
Garibaldi”
Anche il padre dello scrittore scrisse all’Eroe una lettera di augurio
per la guarigione e ne ebbe riscontro:
“Signor
Pirandello, Vi ringrazio dell’affettuosa memoria che mi serbate. La mia
salute va sempre meglio ed io conto di guarire presto. Dite ai vostri
compaesani che abbiamo fede nei destini dell’Italia, dessi sono maturi e
presto ci troveremo ancora sulla via di Roma e Venezia. Vostro G.
Garibaldi”.
Ma se il fervore patriottico dei genitori rivive nella premessa de
I vecchi e i giovani
a
loro dedicata (Ai
miei vecchi genitori/ perché di cuore e di mente/ più giovani di me/
nella festa delle loro Nozze d’oro/ 28 novembre 1863-1913/ quest’opera,
in cui i loro nomi/ Stefano e Caterina/ vivono eroicamente/ o.d.c. Luigi
Pirandello),
il romanzo costituisce la dimostrazione palese di un Risorgimento che
tradì le attese della Sicilia - e del Sud - ad opera di quegli stessi
personaggi che ne avevano rappresentato le istanze, primo fra tutti quel
Francesco Crispi che aveva propugnato la repubblica ed era sceso a patti
con il Re.
La svolta per la struttura del romanzo furono i fatti del 1893-1894,
allorquando violente insurrezioni contadine, in tutta l’Isola, erano
sfociate nel sangue, ed avevano coinvolto drammaticamente
l’organizzazione dei Fasci Siciliani, che nel maggio del 1893 avevano
ottenuto, con i patti di Corleone, notevoli miglioramenti dei contratti
agrari. I fasci siciliani avevano squassato anche la città di Girgenti,
dove molti pagarono con il carcere e il lontano cugino dello scrittore,
Francesco De Luca, fu salvato grazie all’intervento della famiglia
Pirandello. Le premesse di questi drammatici eventi, sedati duramente da
un figlio dell’isola e patriota, Francesco Crispi, sono racchiuse tutte
nelle parole di Corrado Selmi:
“…ci ostiniamo purtroppo a voler essere ombre noi, qua, in Sicilia. O
inetti o sfiduciati o servili. La colpa è un po’ del sole. Il sole ci
addormenta finanche le parole in bocca! Guardi, non fo per dire: ho
studiato bene la questione, io. La Sicilia è entrata nella grande
famiglia italiana con un debito pubblico di appena ottantacinque milioni
di capitale e con un lieve bilancio di circa ventidue milioni. Vi recò
tutto il tesoro dei suoi beni ecclesiastici e demaniali, accumulati da
tanti secoli. Ma poi, povera d’opere pubbliche, senza vie, senza porti,
senza bonifiche, di nessun genere. Sa come fu fatta la vendita dei beni
demaniali e la censuazione di quelli ecclesiastici? Doveva essere fatta
a scopo sociale, a sollievo delle classi agricole. Ma sì! Fu fatta a
scopo di lucro e di finanza. E abbiamo dovuto ricomprare le nostre terre
chiesastiche e demaniali e allibertar le altre proprietà immobiliari con
la somma colossale di settecento milioni, sottratta naturalmente alla
bonifica delle altre terre nostre. E il famoso quarto dei beni
ecclesiastici attribuitoci dalla legge del 7 luglio 1866? Che irrisione!
Già, prima di tutto, il valore di quei beni fu calcolato su le
dichiarazioni vilissime del clero siciliano, per soddisfar la tassa di
manomorta; e da questo valore nominale, noti bene, furono dedotte le
percentuali attribuite allo Stato e le tasse e le spese di
amministrazione. Poi però tutte queste deduzioni furono ragionate sul
valore effettivo e furon sottratte inoltre le pensioni dovute ai membri
degli enti soppressi. Cosicchè nulla, quasi nulla, han percepito fin
oggi i nostri Comuni. Ora, dopo tanti sacrifici fatti e accettati per
patriottismo, non avrebbe diritto l’isola nostra d’essere equiparata
alle altre regioni d’Italia in tutti i benificii, nei miglioramenti
d’ogni genere che queste hanno già ottenuto?(I
vecchi e i giovani, romanzo, 1913)
L’Unità d’Italia non fu un affare per la Sicilia, anzi fu l’inizio di
nuove ingiustizie per la gente del Sud, tradita dai suoi stessi figli,
coinvolti nelle beghe di palazzo e nella corruzione dello Stato
centralizzato (scandalo della Banca Romana). E tale disillusione, a
causa di uno Stato sordo alle istanze dei figli migliori, traluceva
ancora nel 1910 dalle semplici parole del padre Stefano da una lettera
scritta alle sue nipotine, figlie della primogenita Rosolina:

”Mie
care nipotine, dovete sapere che i Carabinieri Genovesi erano
esclusivamente comandati dal Generale Garibaldi, ed il vostro vecchio
nonno ebbe l’onore d’appartenere a questo Corpo scelto che pagò sempre
con usura il suo tributo di sangue! Ora il governo dell’ineffabile
Giolitti ci ha ricompensati con una pensione di 25 centesimi al giorno
dopo trascorsi 49 anni! Però la nostra ricompensa, più che dai 25
centesimi l’abbiamo ricevuta dalla nostra coscienza…”.
Ubaldo Riccobono
26/03/2011 Prof. Calogero Sciortino
IL RISORGIMENTO TRA
PASSATO PRESENTE E FUTURO
C’è un filo rosso che raccorda passato,
presente e futuro; ed è questa la ragione per la quale studiamo la
storia e celebriamo le ricorrenze. La storia, infatti, è conoscenza del
passato finalizzata alla comprensione del presente che è la condizione
necessario per orientare il futuro. Ciò vale sia per la storia della
vicenda personale di ciascuno di noi, sia per la storia delle vicende
delle comunità sociali e politiche.
Per questa ragione celebriamo la
150esima ricorrenza dell’unità d’Italia.
L’Italia come stato è giovane perché è
nata appena 150 anni fa e precisamente il 17 marzo del 1861 con la
conclusione di un processo che chiamiamo Risorgimento. Come nazione,
cioè come coscienza di una identità linguistica e culturale, sebbene
nell’ambito di una ristretta cerchia di intellettuali, la sua nascita
rimanda al Medio Evo cioè a quando si è andato affermando il volgare
fiorentino come lingua letteraria con Dante, Petrarca e Boccaccio e a
quando si è andata affermando nel mondo la specificità della cultura e
dell’arte italiane con Cimabue, Giotto, Piero della Francesca e poi con
Brunelleschi, Leonardo, Michelangelo, Leon Battista Alberti, Raffaello,
Galilei, Alfieri e mille altri. Alla nazione italiana non corrispondeva
ancora lo stato italiano, come avveniva in Francia, in Inghilterra, in
Spagna; ciò fino al 1861.
Ora celebriamo l’evento
dell’unificazione politica per tornare a riflettere sul ritardo con cui
è nato il nostro Stato, su come è nato, per analizzare le cause prossime
e remote dei suoi problemi attuali e per tentare di approntare un futuro
migliore rispetto al nostro presente, che non si presenta in termini
molto confortanti.
Ma neppure l’unità politica della
Penisola è una novità assoluta; sebbene in vesti diverse rispetto a
quelle della contemporaneità, una qualche unità politica della Penisola
era stata creata attorno a Roma nel mondo antico: con la guerra sociale
all’inizio del I sec A C la cittadinanza romana era stata concessa ai
federati di Roma (lex Plautia Papiria e Lex Iulia) e in età augustea era
molto chiara la distinzione tra l’Italia, il cui territorio era
considerato metropolitano, e le province che costituivano il resto
dell’Impero.
La definitiva frattura si ebbe poi nel
sesto secolo D C con l’invasione dei Longobardi.
Con il Risorgimento si ri-costituisce,
dopo 1500 anni circa, quella unità politica, che la presenza dello stato
pontificio, al centro della penisola, e altri fattori, come la presenza
straniera sia nel M. E. che nel corso dell’età moderna, avevano impedito
che si realizzasse
Ancora attorno alla metà dell’800 in
Italia non solo c’erano ben otto stati sovrani, ma restava quella
egemonia austriaca che ne impediva sia la unificazione o la nascita di
una federazione, sia la costituzione di una lega doganale del tipo della
Zollverein tedesca. Sopravvivevano, ad eccezione del regno di Sardegna,
che a partire del 48 aveva avuto una svolta costituzionale rimasta
permanente, le vecchie monarchie assolute, essendo stati ritirate a
Napoli, a Roma e a Firenze, dopo la prima guerra d’indipendenza, le
costituzioni ottriate che i rispettivi sovrani avevano pur concesso mesi
prima. È stato il decennio successivo tra il 1849 e il 1859 - 60 che ha
visto la realizzazione di quella sorta di miracolo che fu l’unificazione
nazionale.
ll Risorgimento è stato un processo
fatto di cospirazioni, rivoluzioni, progetti politico ideologici,
guerre, attività diplomatiche e politiche internazionali molto
complesse, spesso divergenti e coronate da successo anche a causa di
delicati equilibri internazionali
Il processo ebbe lieto fine a causa del
lavoro e dell’impegno di alcune personalità di grande spessore, che pur
agendo separatamente, spesso in concorrenza tra loro e con progetti
inconciliabili, finirono, con una specie di eterogenesi dei fini, con
l’avere un ruolo complementare, reciprocamente integrativo e, in ogni
caso, determinante. Ci riferiamo al lavoro pedagogico e cospiratorio di
Giuseppe Mazzini, che riuscì a far nascere l’Italia nella coscienza di
tanti giovani intellettuali, anche se non delle masse, ed elaborò un
progetto ideologico-politico con una chiarezza sconosciuta fin qui alle
rivoluzioni carbonare del 20-21 e del 31: Italia unita dalle Alpi alla
Sicilia, democratica, repubblicana, laica e con Roma capitale; l’Italia
sarebbe nata politicamente solo a condizione che essa nascesse prima
nelle coscienze e che la conquista dell’unità e della libertà prima che
come diritto fosse avvertita come dovere;
Ci riferiamo l pensiero politico e alla
produzione letteraria di un gruppo di intellettuali cattolici moderati
come R.Lambruschini, V.Gioberti, C. Balbo, A Manzoni, N.Tommaseo, ecc.,
che riuscirono a convincersi che, nonostante la posizione antiliberale e
antinazionale della gerarchia cattolica, era possibile coniugare insieme
la libertà, la patria e la fede;
ci riferiamo alla geniale e insonne
attività diplomatica di Cavour che riuscì a far diventare europeo il
problema italiano e ad inserire il suo piccolo regno di Sardegna nel
contesto politico delle grandi potenze
Ci riferiamo, infine, all’eroico,
disinteressato e determinante azionismo di G. Garibaldi e alla sua
spedizione dei Mille.
A tutta questo bisogna aggiungere la
complessa, fortunata e contingente situazione internazionale che vide
Francia e Inghilterra, seppure per motivi opposti, favorire, la prima
con le armi e la seconda con la diplomazia, la causa italiana.
Circa l’esito finale più che di processo
di unificazione sarebbe meglio parlare di un processo di
piemontizzazione, come si evince facilmente dalla analisi della legge 17
– marzo – 1961 e come si evince dal fatto che successivamente il sistema
giuridico amministrativo e fiscale piemontese fu esteso a tutta la
Penisola
La conquistata unità, se per un verso fu
il traguardo tanto auspicato di un processo glorioso, per l’altro verso
fu il punto di partenza di un processo sicuramente meno entusiasmante e
meno glorioso, perché dopo la poesia viene la prosa, ma non meno
decisivo per le sorti del Paese: fatta l’Italia occorreva non solo fare
gli italiani, come afferma una notissima espressione attribuita a
Massimo d’Azeglio, e già questo era un enorme problema, ma occorreva
salvare il neonato stato dal disastro incombente affrontando problemi
tutti di immane portata.
Prima di accennare ai problemi
dell’Italia del periodo immediatamente post risorgimentale è
necessario ribadire i caratteri del Risorgimento: esso fu una
rivoluzione moderata, perché liberale ma non democratica, elitaria
perché non coinvolse le masse se non in brevi momenti, come le cinque
giornate di Milano (1848) e la guerra garibaldina e antiborbonica nel
mezzogiorno (1860), ma con il miraggio della promessa riforma agraria,
promessa mai mantenuta
L’esito conclusivo del processo
risorgimentale ha registrato la sconfitta di uno dei suoi principali
suoi artefici: G. Mazzini. Anche se l’Italia era ora unita dalle Alpi
alla Sicilia e con Roma capitale (a partire dal 70), come egli la
voleva, essa non era né democratica, né repubblicana secondo il
programma della Giovine Italia, ma fortemente elitaria nel suffragio
elettorale e monarchica.
L’Italia appena nata è un paese povero,
arretrato, non al passo con le potenze occidentali già fortemente
industrializzate, caratterizzata da una economia quasi esclusivamente
rurale, legata, soprattutto nel mezzogiorno al latifondo e a tecniche di
coltivazione paurosamente arretrate, anche perché mancavano i capitali
per realizzare bonifiche agrarie e coltura intensiva. Solo nel nord del
Paese erano più diffuse la piccola proprietà e le colture intensive e
specialistiche rese possibili da precedenti bonifiche operate dal buon
governo austriaco in Lombardia e dalla creazione di infrastrutture
rurali (si pensi alle risaie del vercellese create da Cavour nel
cosiddetto decennio di preparazione) Emergevano sin da subito due Italie
dal profilo economico, sociale e culturale profondamente diverso. Ma
c’erano, come dicevamo, mille problemi la cui soluzione era urgente.
Ecco i più importanti:
·
Dicotomia tra paese reale
e paese legale;
·
Assetto istituzionale e
necessità di scegliere tra accentramento e decentramento;
·
La mancata congiunzione
del Veneto e di Roma in un contesto di isolamento internazionale del
neonato Stato;
·
Un Paese da unificare sul
piano linguistico e culturale, sul piano delle unità di pesi, di misure
e di moneta;
·
Assoluta inadeguatezza o
addirittura assenza di infrastrutture necessarie ad un paese civile
quali strade, ferrovie, ospedali, scuole;
·
Analfabetismo di massa;
·
Disavanzo (mezzo miliardo)
e debito pubblico;
·
Iniquità del sistema
fiscale insostenibile per la parte più povera del Paese;
·
Brigantaggio e questione
meridionale.
Come si vede, i problemi erano tanti e
tali che molti osservatori internazionali consideravano a rischio
l’unità del neonato Paese. Fu un grande merito della destra storica, da
subito orfana di Cavour, avere salvato l’unità appena conquistata con
scelte spesso dolorose, impopolari, ma, a giudizio dei governanti di
allora, necessarie.
Dei problemi a cui abbiamo accennato
alcuni furono risolti adeguatamente, ma con costi umani paurosi, altri
furono risolti in modo inadeguato, altri non furono risolti affatto,
tanto che attendono ancora una soluzione. Si pensi, ad esempio, alla
sempre più drammatica questioni meridionale.
Ma in 150 anni il Paese di strada ne ha
fatto. Esso ha avuto le sue involuzioni e le sue crisi istituzionali: si
pensi, per esempio, all’ultimo decennio dell’800, cioè alla repressione
dei fasci dei lavoratori in Sicilia, e al torbido fine secolo con i
morti di Milano del 1898, si pensi al tentativo, fortunatamente fallito,
di annullare con le cosiddette leggi liberticide del Pelleux le poche
garanzie di libertà che lo Statuto Albertino concedeva; il nuovo secolo
poi si apriva con i peggiori auspici cioè con l’assassinio del Re
Umberto I a Monza e, dopo la parentesi giolittiana, caratterizzata da
luci e ombre, c’è un altro torbido momento che ha preceduto l’entrata
in guerra dell’Italia nel 1915 che culmina nel cosiddetto Maggio
radioso, periodo che si concluse con l’entrata dell’Italia in guerra
contro la volontà della maggioranza del Paese; si pensi al milione di
vittime della Guerra e della spagnola successiva, si pensi al torbido
dopoguerra che aprì la strada al tragico ventennio fascista. Si pensi
ancora alla immane catastrofe della seconda guerra mondiale e alle
piaghe spirituali e materiali che generò nel paese e nel suo tessuto
sociale.
A questi eventi cronologicamente
determinati, tutti negativi, si deve aggiunge un fenomeno che ha
attraversato tutto la storia post unitaria del Paese: ci riferiamo alla
emigrazione di massa, specialmente nel mezzogiorno del Paese: verso
l’estero e alla emigrazione interna. Si tratta di un fenomeno di
dimensioni gigantesche: non meno di venti milioni di Italiani del
mezzogiorno hanno dovuto lasciare la loro terra, la loro casa, la loro
famiglia e i loro affetti, hanno dovuto, provvisoriamente o
definitivamente tagliare le radici che legano ciascuno al proprio mondo.
Venti milioni: non è solo una cifra matematica, perché si tratta di
venti milioni di esistenze che hanno coinvolto tante altre esistenze:
tante madri, tante mogli, tanti figli sono state private della presenza
del figlio, del marito, del padre con tutte le lacerazioni conseguenti.
Eppure, ecco il rovescio della medaglia, l’emigrazione ha generato
ricchezza e benessere nel Paese: sono state le rimesse degli emigrati
dall’estero che hanno messo a disposizione delle banche, e quindi degli
investimenti, i capitali che hanno reso possibile il decollo industriale
in età giolittiana; è stata l’emigrazione dal Sud al Nord che ha reso
possibile il boom industriale nel secondo dopoguerra.
Nonostante i disastri, nonostante i
problemi non risolti, non sono mancati i fenomeni e gli eventi che
evidenziano nel Paese la presenza di risorse morali, culturali e
materiali che per un verso giustificano un certo orgoglio di
appartenenza e per l’altro verso inducono alla speranza anche per il
futuro.
L’Italia ha vissuto la gloriosa
esperienza di un secondo risorgimento con l’antifascismo clandestino,
con la Resistenza, che a differenza del primo risorgimento fu un
fenomeno di massa, con la Liberazione, con la nascita della Repubblica,
con la elaborazione e promulgazione di una Costituzione democratica,
elaborata dai rappresentanti eletti dal popolo sovrano, che sceglie la
Repubblica tramite quel Referendum, che Mazzini, il grande eroe
sconfitto del primo risorgimento, aveva invano auspicato.
In quella circostanza il popolo
italiano, in nome di valori condivisi di natura interculturale,
interideologica, interreligiosa, seppe superare tutte le divisioni, che
pur esistevano ed è bene che esistano ancora, per edificare sulla base
di questi valori condivisi e solennemente entrati nella Costituzione per
costituire l’anima dei principio fondamentali, una comunità nazionale
di cittadini liberi, consapevoli dei loro diritti e dei loro doveri,
consapevoli anche della loro identità europea e aperti alla solidarietà
e alla collaborazione con la comunità mondiale.
Oggi stiamo vivendo un momento poco
felice della nostra storia; la cosiddetta prima repubblica è morta e la
seconda non riesce a nascere; la recessione economica, lo spettro della
povertà che si allunga anche su una parte del tradizionale ceto medio,
il settarismo degli schieramenti politici, i conflitti istituzionali,
gli egoismi regionalistici, il divario tra nord e sud sono gli
ingredienti più vistosi di questa crisi.
Ne usciremo solo se con consapevolezza
storica e politica riscopriremo e rivivremo, con civica passione, i
valori che hanno aiutato i nostri padri a superare i momenti bui del
passato, a porre in essere un primo e un secondo risorgimento; solo così
potremmo crearne un terzo, cioè un futuro con un cielo terso e sgombro
di quelle nubi che rendono minaccioso il nostro cielo di oggi.
Forse, in questa direzione può essere
una opportunità la celebrazione del centocinquantesimo anniversario
dell’unità nazionale, come occasione per riflettere: torniamo al passato
per attingere le energie atte a venire fuori dalla crisi attuale e a
creare un futuro più sereno per il nostro Paese.

27/01/2011 Calogero
Sciortino
Recensione al
libro di PINO APRILE: TERRONI, ed Piemme, Milano, 2010
Il presente intervento è costituito dalla relazione che avrei voluto
leggere in occasione della presentazione del libro sopra indicato e che
ho tenuto solo parzialmente, e a braccio, sia per ragioni di tempo, sia
perché, avendo parlato per ultimo, sarei stato in alcuni punti
parzialmente ripetitivo di quanto avevano già detto i relatori che mi
avevano preceduto..
PREMESSA
Vorrei iniziare la presentazione del libro in questione con una
riflessione sul titolo e sul sottotitolo; ciò perché contengono in
estrema sintesi il messaggio che l’Autore vuole veicolare e che è l’idea
centrale del libro il titolo è Terroni, senza articolo,
probabilmente per orientare l’attenzione del lettore su questo aggettivo
sostantivato in tutta la sua pregnanza dispregiativa; il sottotitolo è
tutto quello che è stato fatto perché gli Italiani del Sud
diventassero “meridionali”. Il termine terrone è sinonimo di
villano, rozzo, incivile, troglodita e viene utilizzato per indicare
coloro che sono nati nel mezzogiorno della nostra Penisola, e quindi, è
anche sinonimo di meridionale, che, a sua volta, da termine di valenza
geografica, che è quella che aveva e dovrebbe sempre conservare, ha
finito con l’acquistare tutta la pregnanza negativa di terrone. Questo,
però, è il prodotto culturale di centocinquanta anni di storia, a
partire dall’Unità d’Italia con la quale si concluse il Risorgimento
Prima i meridionali non erano terroni; lo sono diventati a partire dal
1861, a partire dal momento in cui i Settentrionali, alias Piemontesi o
Lombardi, imposero ai meridionali la loro egemonia, trattandoli da
essere inferiori, da coloni, da sottosviluppati mentali. Una parte degli
intellettuali italiani è arrivata a dare di questa egemonia una
spiegazione pseudoscientifica, scomodando l’onesto e incolpevole Darwin
e la sua teoria evoluzionistica (Lombroso). Secondo questa manipolazione
antiscientifica dell’evoluzionismo biologico i Meridionali non avrebbero
ancora completato la loro evoluzione biologica e, come i popoli indigeni
dell’Africa o dell’Asia, non sarebbero in grado di gestirsi; i
Meridionali italiani, però, sarebbero fortunati per aver trovato i
fratelli del Nord, venuti a liberarli dal dispotismo borbonico e a
cercare di avviarli verso la civiltà. La loro inferiorità, però, li
avrebbe indotti a non apprezzare questo spirito di abnegazione dei
Nordici e a rivoltarsi contro di loro con il brigantaggio. Il restare
legati ai Borboni e al sanfedismo superstizioso dei briganti meridionali
non poteva che avere una spiegazione genetica nella parte rozza della
cultura positivista dal momento che lungi dall’assaporare la libertà
loro regalata i meridionali inneggiavano al detronizzato re Francesco II
di Borbone e al papa Pio IX. In sede di premessa rileviamo che l’Autore
naturalmente rigetta la teoria lombrosiana perché razzista, ma
interpreta il Risorgimento nel Mezzogiorno in chiave di conquista e il
brigantaggio come fenomeno politico e religioso. Su tutte queste
affermazioni, che costituiscono in gran parte le idee portanti del
libro, c’è da discutere.
Il libro.
Nel libro si conduce una riflessione molto articolata di natura storica,
antropologica, sociologica, psicologica, politica molto complessa, dal
mio punto di vista solo in parte condivisibile, venata da una vis
polemica portata qua e là, forse proprio per amore del Sud, a forme
esasperate.
Lo stile è quello di cui può essere capace solo il giornalista consumato
e di razza che coinvolge il lettore e, tramite mille provocazioni, lo
costringe ad una lettura appassionata, a cui non potranno non seguire
riflessioni, ripensamenti, qua e là forme di assenso e di condivisione,
oppure di dissenso o di voglia di contestazione. L’Autore fa appello
all’intelligenza del lettore, ma ne coinvolge anche la emotività, per
cui non è difficile che ci si lasci trascinare nel risentimento totale.
Come lettore ho dovuto sempre stare in guardia per non venire trascinato
in un giudizio di incondizionato, ma acritico consenso. Questo non
significa, si badi bene, che i contenuti del libro non meritino
attenzione, o che gli eventi raccontati siano destituiti di fondamento
storico; significa solo che non su tutto si può consentire.
Il dissenso, infatti, non riguarda i fatti storici che vengono narrati,
sempre ben documentati, o fenomeni come brigantaggio e relativa
repressione, o emigrazione ecc., ma la interpretazione della loro
natura, della loro causa, o talvolta della loro portata.
Il fine dell’Autore mi sembra nobile e credo che sia quello di mettere
il lettore meridionale in crisi per aiutarlo a prendere coscienza di sé
e dei torti subiti, di che cosa vuol dire essere meridionale, di uscire
dall’oblio del suo passato e di liberarsi così dal suo attuale e
presunto stato di minorità, di riappropriarsi della sua dignità.
Se questo è il fine, egli lo raggiunge perfettamente perché incatena il
lettore e lo costringe non solo alla lettura, ma per qualche capitolo
addirittura alla rilettura, per meglio impossessarsi del contenuto della
comunicazione, per cogliere la portata e il valore delle informazioni,
per potersi meglio indignare.
Circa le informazioni sul mezzogiorno preunitario vorrei, però,
sottolineare che, a mio giudizio, l’Autore tiene presente più che la
situazione preunitaria del Regno delle due Sicilie, la situazione della
parte continentale di esso, trascurando le differenze, che pur
esistevano, tra la Sicilia e il resto del Regno. Non c’era, infatti,
omogeneità tra il regno di Sicilia e il regno di Napoli, sotto l’aspetto
politico, né sotto quello sociale, o economico.
Occorre, infatti, tenere presente che il regno di Sicilia e quello di
Napoli hanno avuto due storie diverse dal momento che in tutta la storia
moderna erano stati due regni distinti con legislazioni e
amministrazioni diverse fino al 1816; la Sicilia non aveva avuto mai le
riforme illuminate introdotte da Carlo terzo di Borbone e da suo figlio
Ferdinando IV di Napoli (e terzo di Sicilia) perchè ogni tentativo, che
pur la monarchia aveva operato nell’Isola in direzione delle riforme,
era fallito sostanzialmente per tre ragioni
1.
l’opposizione del baronaggio siciliano ai tentativi dei vicerè
Caracciolo e Caramanico;
2.
in Sicilia non esisteva quasi per niente un ceto medio che avesse
interesse a quelle riforme avversate dalla aristocrazia per convenienza
e dai contadini per ignoranza e cultura sanfedista;
3.
la stessa monarchia aveva abbandonato la sua politica riformista
in Sicilia con lo scoppio della Rivoluzione francese, cioè a partire dal
1789.
Inoltre la Sicilia non aveva avuto l’esperienza del regno di Giuseppe
Bonaparte e di Gioacchino Murat, che erano figli della rivoluzione
francese e del giacobinismo napoleonico, le cui riforme Ferdinando di
Borbone al rientro nel 1814 si era guardato bene dal cancellare dal
regno di Napoli e dall’introdurre in Sicilia. La Sicilia, non era
assimilabile al Regno di Napoli; essa era l’unica regione italiana, come
giustamente osservava Leonardo Sciascia, in cui non erano mai soffiati
il vento dell’illuminismo con le riforme illuminate e meno che mai il
vento della Rivoluzione francese e del giacobinismo.
Il legame tra la Sicilia e la dinastia borbonica era compromesso già
prima del 1860; infatti, le rivolte siciliane del 1820, del 1837, del
1848 avevano avute tutte carattere antonomastico e antiborbonico e la
violenza con la quale le suddette rivolte erano state represse aveva
scavato un insuperabile fossato tra la Sicilia e la dinastia che la
governava da lontano. Di tutto questo non c’è traccia nel libro di Pino
Aprile, che estende a tutto il regno duosiciliano i caratteri della
parte continentale di esso.
linee di consenso e di dissenso
Secondo l’Autore, inoltre, il Regno delle due Sicilie sotto i Borboni
non era caratterizzato da arretratezza, da sottosviluppo e da
malgoverno, ma era al passo con i Paesi più evoluti e meglio governati
d’Europa e, in ogni caso, non era in condizioni meno precarie di tanti
altri stati dell’Italia preunitaria; sotto l’aspetto industriale, per
esempio, vengono ricordate le ferriere di Mongiana, i cantieri navali
di Castellammare, l’industria di Pietrarsa, e il sistema ferroviaria più
avanzato, nel regno di Napoli, che altrove. I Piemontesi, quando
arrivarono, distrussero intenzionalmente colpevolmente tutto questo.
La presenza di queste realtà sicuramente importante, però, non era
diffusa in tutto il territorio, né era tale da caratterizzare il
tessuto sociale ed economico di tutto il regno. Niente di tutto questo,
per esempio, c’era in Sicilia (ove dominava il latifondo, con la sua
cultura estensiva cioè cerealicola, (ma spesso incolto o adibito al
pascolo) a cui bisogna aggiungere solo il vino di qualità (il famoso
marsala), la cui produzione, abbastanza limitata nel trapanese, era
legata all’imprenditoria inglese, e lo zolfo estratto dalle miniere).
Nella stessa parte continentali del regno le realtà industriali sopra
menzionale erano come cattedrali nel deserto.. Quel poco che c’era,
comunque, di industrialmente notevole fu colpevolmente distrutto dai
Piemontesi; e qui ha ragione Pino Aprile.
L’impresa garibaldina che conquistò al Piemonte l’Italia meridionale,
seguita, come è noto, dalla presenza diretta dell’esercito regolare di
Vittorio Emanuele II e del generale Cialdini, fu, osserva l’Autore, una
guerra di conquista vera e propria di un territorio considerato nemico
e successivamente una occupazione militare, che conobbe tutte le
atrocità delle guerre di occupazione (assedi, cannoneggiamenti, paesi
rasi al suolo, decimazioni, campi di concentramento, che non ebbero
niente da invidiare ai futuri lager nazisti, ai gulag sovietici e alla
Guantànamo americana). Tutto questo è stato orribile, ma tragicamente
vero e tale per le sue dimensioni che nessuna coscienza morale e
nemmeno la più machiavellica ragion di stato possono giustificare (e non
esisteva nessuna ragion di stato); fin qui non si può non consentire.
Ma perché trascinare nella condanna morale personalità e comportamenti
che in realtà non furono né cinici né immorali come, invece, fa Aprile?
Ci riferiamo a Mazzini e a Garibaldi che sarebbe cinico accusare di
avere agito senza ideali meno che nobili. È vero che la storia la
scrivono sempre i vincitori; si badi, però, che costoro nella vicenda
risorgimentale non furono vincitori, ma vinti, perchè l’Italia che
nacque non fu né democratica né repubblicana, come la voleva Mazzini; e
non ci risulta che Garibaldi si sia mai reso responsabile di eccidi o di
atti di crudeltà simili a quelli di cui si resero responsabili il
generale Cialdini e l’esercito Sabaudo. Lo stesso eccidio di Bronte non
è da imputare alla responsabilità di Garibaldi. A tutto il mondo è nota
la dimensione rigorosamente etica e religiosa, sebbene laica, del
messaggio politico-pedagogico di Mazzini; a tutti è altrettanto nota la
generosa indole dell’Eroe dei due mondi, che lo rese popolarissimo sia
ai Siciliani sia ai Napoletani, che ripetutamente lo elessero in
Parlamento, Va detto che non mancarono esecrabili comportamenti da
parte dell’esercito sabaudo, che si rese responsabile di veri e propri
genocidi; si pensi, per esempio, all’assedio di Gaeta e alle decine di
centinaia di vite umane che una condotta meno violenta avrebbe evitato
di sacrificare, ma eventi di questo genere tragicamente costituiscono
episodi comuni a tutte le guerre; e l’assedio di Gaeta, dove si era
rifugiato Francesco II con i resti del suo esercito, aveva tutti i
caratteri della guerra, sebbene non dichiarata. Certo non si possono
giustificare i genocidi legati alle guerre, ma sono le guerre che
proprio per questo non si possono e non si devono giustificare. In ogni
caso né Garibaldi, né Mazzini ebbero responsabilità alcuna a proposito
di Gaeta, come non ne ebbero alcuna nella repressione del brigantaggio.
Circa Gaeta, nemmeno Cavour è direttamente responsabile, perché egli era
rimasto a Torino. Sul posto c’erano Vittorio Emanuele II e Cialdini che
sono i veri responsabili dell’eccidio. Pino Aprile sembra volere
accomunare nel medesimo giudizio di condanna tutti i protagonisti del
Risorgimento; onestamente questo non ci appare accettabile o fondato.
Il brigantaggio è stato un fenomeno politico, secondo Aprile, che in
questo sembra fare sua la tesi del movimento neoborbonico, filoborbonico
e legato alla tradizione religiosa cattolica contro il laicismo massone
dei conquistatori, il cui sovrano era uno scomunicato, e contro il
sistema giuridico amministrativo da loro introdotto; esso è stato
represso con una violenza omicida disumana e spropositata che seminò una
enorme carneficina soprattutto sulla popolazione inerme (si ipotizzano
cifre fino ad un milione di vittime); si verificarono episodi orribili
di paesi rasi al suolo (Gioia del Colle, Pontelandolfo, Casalduni sono
solo degli esempi); si racconta di gesta di briganti eroi (Domenico
Romano, Carmine Crocco) contro i Savoia, gesta che sarebbero state
compiute per fedeltà a Francesco II, a Pio IX e alla Chiesa.
Il brigantaggio, però, prima che essere un fenomeno politico o un
movimento filoborbonico, fu soprattutto un fenomeno sociale. E’
indubbio, anzi, che avere varato una legge speciale spropositata e
feroce come la legge Pica, (che dichiarava nel mezzogiorno la stato
d’assedio per reprimere il brigantaggio e che tra il 1862 e il 1867 ha
insanguinato in modo particolare la Sicilia e la Puglia) è stato dovuto
al fatto che il Parlamento italiano ha interpretato in terminino
politici ciò che era un fenomeno solo sociale, cioè una rivolta
disperata dei contadini per la fame, per il sistema fiscale
insostenibile, per la coscrizione obbligatoria, per la promessa e non
realizzata riforma agraria. Il neonato Stato si presentava, al contadino
meridionale, come una entità astratta e lontana, tuttavia decisamente
ostile perché si faceva vivo solo tramite l’agente del dazio, cioè il
fisco (si pensi, per esempio, alla tassa sul macinato, che però si
pagava già con i Borboni, sebbene in modo più lieve) oppure tramite il
carabiniere che consegnava il cartellino per la leva militare. Nessuna
meraviglia allora che i giovani, proprio per sfuggire alla leva, si
dessero alla macchia e diventassero briganti, nessuna meraviglia che la
loro rabbia la esprimessero inneggiando a Francesco II e a Pio IX,
nessuna meraviglia che l’ex Re e il Papa cercassero di strumentalizzare
a loro appannaggio, caricandolo di valenza politico-religiosa, ciò che
era un drammatico problema sociale.
Il depauperamento demografico, legato inizialmente al brigantaggio, si è
protratto nel tempo, fino allo scoppio della prima Guerra mondiale, per
poi riprendere ancora più massicciamente dopo il secondo dopoguerra con
l’emigrazione di massa. Il mezzogiorno della penisola non aveva mai
conosciuto il fenomeno prima dell’unità.
Si calcola che nel giro di un secolo e mezzo almeno venti milioni di
Italiani del Sud hanno lasciato la loro terra per diventare risorse
umane di tanti paesi americani, europei, dell’Oceania e del Nord della
penisola. La cifra pare che sia calcolata per difetto e colpisce per la
sua enormità; occorre riflettere sul fatto che non si tratta solo di un
numero astratto, ma di venti milioni di individui, di venti milioni di
famiglie, di venti milioni di vicende esistenziali, di innumerevoli
lacerazioni familiari, di abbandoni, di figli cresciuti senza padri, i
cui costi psicologici e sociali non sono quantificabili e vanno ben al
di là della dimensione economica. Oltretutto, e questo è giustamente
sottolineato nel libro, l’industria del Nord, sin dalla sua nascita,
negli anni 80 e 90 dell’800, del suo decollo, agli inizi del XX secolo,
e poi del suo boom, negli anni 60 del secolo scorso, ha avuto luogo, in
ogni fase, a spese del Sud. Tutto ciò si perpetua ancora oggi in virtù
delle scelte economiche, finanziarie, politiche e sociali delle
maggioranza parlamentare attuale, egemonizzata dall’asse Lega – Tremonti
di sapore costantemente antimeridionalista.
Senza il Sud, il suo sacrificio e i suoi contributi economici,
finanziari, in Nord d’Italia non sarebbe oggi così industrializzato e
ricco. Pino Aprile spiega le ragioni di questa affermazione categorica e
veritiera senza bisogno di inventare nulla e senza avere scoperto niente
di nuovo, ma limitandosi a rivisitare gli studiosi meridionalisti
dell’800 e del 900 come Giustino Fortunato, Gaetano Salvemini, Sidnei
Sonnino, Francesco Saverio Nitti, Antonio Gramsci, Luigi Sturzo. La
prima industrializzazione del Paese ebbe luogo a partire dagli anni 80
dell’800 sotto i governi di sinistra, con il ministero Crispi in
particolare (che era un meridionale di Ribera), attraverso una politica
doganale protezionistica, che mentre proteggeva i manufatti italiani
dalla concorrenza francese, provocava come reazione, del governo
francese la erezione di barriere doganali contro i prodotti della
agricoltura intensiva e specializzata del mezzogiorno d’Italia (olio,
frutta, ortaggi ecc.) provocandone la rovina. Gli stessi Governi, con il
pretesto di compensare il Sud, eressero barriere doganali contro
l’importazione di grano dall’estero favorendo così solo il latifondo.
Salvemini denunciava, infatti, una alleanza di classe tra gli
industriali del Nord e gli agrari del Sud contro gli operai industriali
del Nord e contro braccianti e piccoli proprietari terrieri del Sud.
Intanto la emorragia demografica con l’emigrazione, quasi tutta
concentrata a Sud, assicurava al paese le rimesse degli emigrati che
agli inizi del 900, in età giolittiana, resero possibile il decollo
industriale del Nord con i capitali del Sud. Nel secondo dopoguerra i
governi scelsero di investire nella ricostruzione industriale,
naturalmente del nord, i fondi che il piano Marshal aveva messo a
disposizione per riparare i danni di guerra, decisamente più consistenti
al Sud. Il boom industriale degli anni 60 del secolo scorso, ancora una
volta, ha richiesta il concorso decisivo del mezzogiorno d’Italia
attraverso una emigrazione di massa, cioè lo sradicamento di milioni di
essere umani, con immani costi di natura psico-affettiva e con
indicibili drammi esistenziali. Avrebbe potuto essere il capitale
spostato al Sud, anziché il lavoro al Nord; non avremmo avuto le
classiche valigie di cartone e lo spopolamento di tanti centri piccoli e
grandi del mezzogiorno d’Italia. I terroni, che con il loro lavoro
andavano a creare ricchezza, dovevano troppo spesso subire la cocente
umiliazione di essere ancora una volta additati come incivili, villani
ecc. ecc. Il sistematico depauperamento del mezzogiorno continua in
forma non meno grave, anche se nuova: si tratta dell’emigrazione degli
intellettuali, laureati o diplomati, che non trovano nel Sud sbocchi
professionali adeguati alle loro specializzazioni e di cui il Nord ha
bisogno sia nell’industria che nei servizi, per cui medici, ingegneri,
docenti, avvocati, periti di vari settori, formatisi con i sacrifici e
le povere risorse economiche di cui il Sud ancora dispone, vanno a
produrre ricchezza per la parte settentrionale del Paese; ove, però, non
vengono mai meno i pregiudizi secolari nei riguardi dell’intero Sud,
espressi oggi, in modo tanto chiaro quanto rozzo e primitivo, dal
leghismo lombardo, che condiziona e orienta la politica
antimeridionalistica dei governi.
Ma anche prima che la lega lombarda nascesse la politica dei governi di
qualsiasi colore era già antimeridionalista non solo perché non ha
voluto creare nel mezzogiorno tutte le infrastrutture che ha creato al
nord (e quelle poche che ha creato sono state realizzate quasi sempre da
imprese del nord, le quali, in combutta con le organizzazioni mafiose
(specializzate sia nei subappalti, che nella riscossione del pizzo),
hanno realizzato faraonici guadagni spesso a scapito della qualità dei
materiali. E poi ai meridionali si rinfacciano gli incendi (si fa per
dire) investimenti che nei quaranta anni della sua esistenza della Cassa
per il Mezzogiorno lo Stato avrebbe realizzato nel Sud. Quando si
affermano cose di questo genere si trascura che gli investimenti erogati
tramite la Cassa, i quali avrebbero dovuto avere carattere
straordinario, finirono con il sostituire tutti gli investimenti
ordinari che lo Stato in quegli anni non fece al Sud, ma continuò a fare
al Nord Gli investimenti erogati tramite la Cassa, poi, sono davvero
risibili perché lo Stato Italiano spese in quaranta anni per il suo
Mezzogiorno circa un terzo di quanto ha speso in un solo quinquennio la
Germania per la sua parte orientale dopo la riunificazione.
Sappiamo bene che nei centocinquanta anni della nostra storia nazionale,
dopo la riunificazione, sono poche le luci e molte le ombre; l’analisi
che di queste ombre dolorose che conduce Pino Aprile nel libro che
stiamo presentando è del tutto condivisibile; ciò che non trovo
condivisibile è il presentarci queste ombre come nuove scoperte della
nostra storia, dal momento che i meridionalisti di ieri e quelli di oggi
le hanno sempre denunciate; e non è vero che i manuali scolastici le
hanno nascoste.
Anche il Sud, però, ha le sue responsabilità; e non sono trascurabili.
Pino Aprile sostiene che a furia di essere stati trattati da inferiori
dai settentrionali, che si ritengono superiori rispetto a noi, per
centocinquanta anni, ci siamo convinti di essere davvero inferiori
rispetto a loro, o almeno ci siamo abbandonati alla rassegnazione. Certo
del sottosviluppo del Sud il Nord ha grandi responsabilità, ma noi non
siamo solo vittime di un carnefice insensibile e disumano, o se lo siamo
abbiamo dato un notevole contributo anche noi. Vorrei solo sottolineare
che molti esponenti politici meridionali sono stati i primi carnefici
del Sud: colui che propose la legge per la repressione del brigantaggio
nel 1863, cioè l’onorevole Giuseppe Pica, era un abbruzzese; e colui che
fece nel 1894 dichiarare lo stato d’assedio per reprimere in Sicilia il
movimento dei Fasci dei lavoratori era un altro meridionale, cioè l’agrigentino
Francesco Crispi. Va ancora sottolineato che il Mezzogiorno in
centocinquanta anni non ha espresso un numero di Ministri inferiore a
quelli settentrionali. Non si può sempre inveire contro la classe
politica, perché prima bisognerebbe inveire contro chi la esprime. Il
terrone dovrebbe fare di questo epiteto, che altri gli hanno appioppato,
il suo nome per una battaglia, ma per una battaglia di cultura, di
civiltà, di impegno politico orientato a riappropriarsi della sua
storia, della sua dignità, dei suoi diritti, senza mai separarli
dall’esercizio dei suoi doveri, abbandonando ogni forma di sterile
rivendicazionismo e liberandosi di ogni atteggiamento e di ogni spirito
gregari o clientelari. Non è un’impresa facile quella che ci aspetta: ma
se vogliamo il riscatto del Sud non possiamo limitarci ai lamenti e
nemmeno all’attesa di aiuti che non verranno, così come non sono mai
venuti; dobbiamo, invece, rimboccarci le maniche per sprigionare le
nostre energie, sfruttare le nostre risorse, stando in guardia che non
ci esproprino, come è stato fatto, le nostre ricchezze. Non è un compito
facile, né di breve durata, ma non è utopia. È l’unica via che si deve
percorrere perchè non venga spaccato il Paese dal momento che l’unità
nazionale (nel quadro del consorzio europeo, nella prospettiva della sua
unificazione e della solidarietà internazionale tra i popoli di tutti i
continenti) è un valore inestimabile, la cui conquista è costata il
sacrificio di centinaia di migliaia di vite. Rinunziarvi, come una certa
sottocultura politica vorrebbe, sarebbe antistorico, oltre che
antieconomico, e tradirebbe tutti i valori che il Risorgimento e la
Resistenza hanno incarnato trasferendoli poi nella Costituzione della
Repubblica. Noi terroni dobbiamo assumerci l’onere di fare comprendere
queste cose anche a quei fratelli del Nord, e fortunatamente non sono
tutti, che non l’hanno ancora capito. È consolante il fatto che,
nonostante tutto, quasi tutti gli Italiani si emozionano ancora
ascoltando l’Inno di Mameli nelle cerimonie ufficiali o in occasione di
eventi sportivi internazionali. Occorre fare cambiare idea sia a coloro
che identificano la Padania come patria sia a coloro che per reazione
auspicano la restaurazione dell’anacronistico Regno delle due Sicilie.
L’Italia è e deve restare sempre più una e indivisibile, ma deve
diventare sul piano economico, sociale e della qualità della vita sempre
più omogenea.
Calogero Sciortino

Il 1° intervento è del Prof. Nino Agnello
Garibaldi
per l’Unità della Nazione
150 anni
dopo.
Quando
arrivai a Teano per l’anno scolastico 1962-63, vi trovai gli echi ancora
udibili dei festeggiamenti per il centenario dell’Unità d’Italia
(1861-1961) e ne raccolsi alcuni in opuscoli che vi circolavano, dato
che vi erano cultori di storia patria che avevano ricostruito e
rievocato il noto incontro a Caianello – una frazione di quel paese, in
provincia di Caserta – tra Giuseppe Garibaldi e il re Vittorio Emanuele
II di Savoia, salutato, proprio in quell’occasione, col fausto
appellativo di re d’Italia (26 ottobre 1960).
Di tali
opuscoli commemorativi mi giovai poi quando nel 1982, per il centenario
della morte del Nizzardo, si costituì in Agrigento un comitato cittadino
che raccolse nel volume L’evento garibaldino nel territorio di
Agrigento, a cura dell’amico e collega Tito Aronica, tutti gli
scritti che studiosi e scrittori locali realizzammo per quella
occasione. Io scrissi e recitai il dialogo storico-fantastico “Un
incontro un regno. Giuseppe Garibaldi e Vittorio Emanuele”.
Ricordo
che avevo proposto, in un Collegio dei Docenti, per quell’anno
scolastico 1981-82 lo studio di Garibaldi come tema comune delle terze
liceali del Liceo classico “Empedocle”; ma poiché non era stato accolto
dalla maggioranza, io da allora continuai a studiarlo per conto mio in
silenzio attraverso la letteratura, senza invadere il campo altrui e
senza pestare i piedi a nessuno.
Lo
studiai attraverso gli scrittori e i poeti risorgimentali, dapprima
quelli che erano stati i testimoni diretti della liberazione della
Sicilia e del Sud (Abba, Bandi, Medici, Costa, ecc.) e i molti autori di
poesie ispirate a quegli eventi, raccolte in antologie del tempo. Poi lo
vidi con gli occhi della grande triade –Carducci, Pascoli, D’Annunzio –
e mi spinsi ancora in avanti con altri scrittori fino a Tomasi di
Lampedusa e Sciascia.
Il
lavoro, ben corredato di una corposa premessa e di un fitto apparato di
note critico-bibliografiche come pure di riscontri attinti al volume
biografico del Guerzoni e alle Memorie dello stesso Garibaldi, giacque
nel cassetto per alcuni anni in attesa di un buon motivo per la
pubblicazione. Questo fu, per me, la ricorrenza del bicentenario della
nascita del Generale (1807-2007), per cui lo trassi alla luce
affidandolo alle Edizioni Helicon di Arezzo, che ne realizzò subito il
bel volume La presenza di Garibaldi nella letteratura dell’Otto e
Novecento, Arezzo 2007, pp.226.
Dallo
studio del numeroso materiale dedussi allora e le confermo ancora oggi
alcune considerazioni di carattere generale che riporto di peso dalla
Premessa, essendo oggettivamente incontrovertibili. Ecco, pp.9-15:
<<Un
secolo di attività letteraria è legato alla personalità di Garibaldi. Il
che vuol dire che questa figura, attraverso le varie vicende patrie e
personali, continuò a stimolare la fantasia e il sentimento dei poeti,
la mente e il ricordo dei memorialisti, il giudizio degli scrittori e
degli storici. Fu quindi come un elemento unificante attorno a cui
convergevano la mente e il cuore di uomini di varia estrazione sociale e
ideologica. Dice infatti bene Gaetano Trombatore che “un filo ideale”
unisce le opere legate a Garibaldi.
Certamente dovremmo distinguere due categorie di scrittori interessati o
legati alla personalità di Garibaldi: la categoria degli scrittori che a
buon diritto ormai si dicono garibaldini (Nievo, Farini, Costa, Abba,
Bandi, Checchi, Barrili, Guerzoni, ecc.) e la categoria degli scrittori
e poeti – in vario modo e in varia proporzione – interessati alla figura
di Garibaldi. E’ ovvio che in quest’ultima possono rientrare tutti gli
altri, dal Dall’Ongaro a Pascoli, da Carducci a Tommaseo, da D’Annunzio
a Capuana, a Pirandello, a Sciascia.
“Gli
scrittori garibaldini erano tutti, o quasi tutti, giovani di spirito
rivoluzionario e democratico, e al culto della patria li aveva svegliati
la parola del Mazzini” (aggiunge Trombatore). Ma Garibaldi, aggiungiamo
noi, li rese scrittori da medici (L.C.Farini), da pittori (G.Costa), e
da ufficiali e soldati che erano tutti, e poi divennero uomini politici
e parlamentari o giornalisti e professori.
Per
tutti questi scrivere su Garibaldi o su vicende patriottiche e militari
non era un fatto episodico, ma per lo più era un rievocare una parte
della loro vita, impegnata in quelle vicende e in quegli ardori
giovanili. Così percorrere quelle tappe, come la caduta della repubblica
romana o la campagna della seconda e terza guerra d’indipendenza o la
spedizione dei Mille, era un rivivere la loro vita, esaltare un ideale e
un amore, conservare memorie ai posteri, perché questi apprendessero
dalla testimonianza diretta dei protagonisti le varie fasi del
Risorgimento e dell’unificazione d’Italia. In tutti quindi c’è un nobile
scopo che li rende scrittori o dà carica ideologica alla loro scrittura.
Quelli
che abbiamo chiamato della seconda categoria, se non era una parte della
loro vita che narravano, erano i loro umori e sentimenti, crucci e
ideali che esprimevano, stimolati da varie occasioni. Ma gli uni e gli
altri trovarono nella personalità di Garibaldi un elemento storico e
ideale di riferimento, di sostegno, di unificazione.
La
figura di Garibaldi ci viene restituita in diverse sfaccettature e in
diverse tappe. Il Barrili ci fornisce cenni biografici circa le sue
origini; Costa e Farini ce lo fanno vedere durante le sfortunate vicende
della repubblica romana e poi attraverso l’estenuante viaggio di un mese
nel tentativo di portare aiuto a Venezia; Abba e Bandi accompagnavano
amorevolmente il Generale per tutta la spedizione dei Mille; il Barrili
ce lo fa vedere Mentana; Eugenio Checchi a Bezzecca nella guerra del
1866; Dall’Ongaro lo fa rivivere trasfigurato dai popolani di Napoli e
Palermo durante la famosa spedizione; Carducci lo esalta in diverse
occasioni fino al commosso elogio funebre del 1882; Stecchetti ne
rievoca nostalgicamente certe imprese in occasione del figlio Manlio nel
1900 non perdendo l’opportunità per un’aspra rampogna ai tempi presenti;
e giungiamo infine alle libere ricostruzioni di episodi biografici da
parte di Pascoli e di D’Annunzio per l’assunzione di Garibaldi a
biografia ideale e simbolica; come pure riscontriamo in Pirandello e
Sciascia l’esigenza di una interpretazione critica del moto
risorgimentale-unitario e il bisogno di denunciare il fallimento
dell’unità. (…).
Fra
tanti scrittori e poeti, è indubbia l’originalità del poemetto del Dall’Ongaro
(Garibaldi in Sicilia), in cui il poeta fa parlare donne,
popolani e soldati, e dalle espressioni meravigliate di questi fa
risaltare l’immagine di un Garibaldi eroe invincibile perché giusto e
buono, e perché protetto da due santi gloriosi e miracolosi come Santa
Rosalia e San Gennaro. E non sfugga –nel poemetto – il tono da leggenda
popolare con versi volutamente facili e orecchiabili, come non sfuggano
queste amplificazioni, ingenue e retoriche, della personalità dell’eroe.
E’ il moderno paladino, ingrandito e anche deformato, dal gusto e dalla
fantasia del popolo, che ha assunto già quell’eroe nel catalogo dei
santi e protettori. (…).
Senza
dubbio Garibaldi è la figura più popolare del nostro Ottocento, né
conosciamo un altro personaggio italiano che abbia influito tanto sugli
scrittori e che da questi sia stato per così lungo tempo cantato,
descritto, rievocato, sfruttato e idealizzato. Per cui, dopo la
letteratura ciclica cavalleresca legata a Carlo Magno, a Orlando e ad
altri antichi paladini, possiamo ben dire che, alla luce dei fatti e
delle testimonianze, una nuova letteratura ciclica ruota e vive attorno
a Giuseppe Garibaldi. E non solo gli italiani scrissero su di lui, ma
anche stranieri, da Bartolomeo Mitre, che fu giornalista e poi
presidente della repubblica argentina, a scrittori inglesi e francesi
come George Sand, Louise Colet, Victor Hugo, Alessandro Dumas, che lo
volle seguire nella spedizione dei Mille, allo storico Michelet.
Un
cenno a parte meritano Capuana, D’Annunzio, Pascoli, Pirandello.
Sappiamo che Capuana pubblicò nel 1861 una leggenda drammatica in versi
ispirata e intitolata a Garibaldi, per cui questo lavoretto scaturisce
da un clima romantico e da un amore giovanile, dal fascino dell’eroe,
subìto ai tempi della spedizione in Sicilia. Un amore giovanile che
diventa senile, che ritorna cioè in tarda età, nel 1915 nel dramma
dialettale “Prima dei Mille”. Si tratta di una libera ricostruzione
storica, non protesa alla veridicità dei fatti, quanto invece è intenta
a cogliere un clima di sentimenti patriottici e indipendentistici, che
trovavano unificazione in quell’eroe.
Notiamo
poi che al primo decennio del Novecento risalgono il Libro di Elettra di
D’Annunzio, i Poemi italici e i Poemi del Risorgimento di Pascoli, I
vecchi e i giovani di Pirandello. Siamo in clima prebellico, ai tempi
dell’entrata in Libia, nel famoso decennio giolittiano, ai tempi della
ripresa del nazionalismo. Nel poeta abruzzese c’è l’impegno del canto
eroico di cui è improntato tutto il libro di Elettra, e per giunta la
celebrazione di un eroe puro, astratto e idealizzato, sia pure
rintracciato attraverso i suggerimenti della voluminosa biografia del
Guerzoni. (…)
I Poemi
del Risorgimento pascoliani nascono nello stesso clima dannunziano, ma
per un amore tardivo di patriottismo di maniera, un risorgimento
dilatato nel tempo, che ha sapore di nazionalismo patriottico e di
proletarismo umanitario. I poemetti ispirati a Garibaldi (…) vogliono
ritessere le fila di una biografia ideale: l’idealismo mazziniano, il
sansimonismo alla francescana, l’eroe contadino, il bisogno del
ricordare. E poi il Garibaldi dei Poemi Italici che si incontra con
Tolstoj, è ormai il predicatore della pace, il mansueto eroe
addomesticato, saggio e filosofo, francescano e contadino: è una
proiezione personale, un simbolo più che una realtà (…).
Gli
umori di Pirandello sono più complessi, nel tentativo di cogliere gli
aspetti di una decadenza morale nella società italiana fine Ottocento,
per cui Garibaldi riunisce e rappresenta ideali di sincero patriottismo
e una forza morale come corazza e fronte di resistenza contro una crisi
incalzante di valori e di tempi nuovi.
Voci di
controcanto si possono considerare quelle di De Roberto, di Sciascia e
di Tomasi: se in Pirandello c’è ancora una forte componente morale
legata ad una eredità di fede patriottica, in questi tre scrittori
abbiamo trovato un amaro scetticismo come spia di una delusione storica
e politica che oltrepassa la loro opera e risale molto più a monte. (…).
Con
Giuseppe Tomasi abbiamo pensato di chiudere questa nostra fatica,
ritenendo che il suo Gattopardo possa considerarsi il punto terminale di
una lunga vicenda durata più di un secolo: vogliamo dire che quella
storia della letteratura italiana, ruotante attorno alla personalità di
Garibaldi e apertasi intorno agli anni 1859-60, sembra avere un epilogo,
letterariamente egregio, con la pubblicazione nel 1959 del romanzo del
Lampedusa. Un tempo lunghissimo per una produzione ciclica, che assorbe
opere di occasione e altre di più alto respiro, testi celebrativi e
testi di riflessione, di rievocazione storica, di utilizzo simbolistico
che fa uscire i fatti e la persona fuori dell’ambito temporale>>.
Tre
quindi sono le fasi di questa letteratura ciclica: quella
eroico-testimoniale del periodo risorgimentale che terminerebbe nel
1882; quella simbolistica con l’esaltazione dell’eroe senza tempo come
idealizzazione di un’idea e di un uomo, che va dal 1882 al 1915; e
quella critica che dura grosso modo fino al 1960, legata a un sentimento
di delusione storico-politica e riconducibile alla corrente del
meridionalismo revisionista.
Di
carattere soggettivo, e perciò discutibili, possono essere altre
considerazioni. A me, come autore, sembra opportuno riportare
l’attenzione a questa personalità eccezionale nella ricorrenza del 150°
anno dell’Unità d’Italia, i cui festeggiamenti sono partiti già da
questo 2010 per protrarsi per tutto il 2011. Anche dal punto di vista
letterario, una personalità come quella di Garibaldi che ha fatto
ruotare attorno a sé un secolo di abbondante letteratura, mi pare degna
di rientrare di diritto negli attuali festeggiamenti.
Se poi
mi si obietta che era un massone e un anticattolico, che combattè Chiesa
e Papato per abbattere il loro potere temporale, io rispondo che questa
ormai è storia e come tale va vista e ripresentata. Quanto al potere
temporale, io risponderei inoltre che, secondo me, è stato un bene che
sia finito per sempre, anzi sarebbe stato meglio che fosse finito ancora
prima di quel 20 settembre 1870, perché una Chiesa povera non è una
iattura, ma una condizione preferibile e più consona alla sua missione
terrena.
Se poi
per volere unanime delle forze intellettuali e popolari dell’Ottocento
era un bene per tutti che si realizzasse l’unità d’Italia, era giusto
che essa passasse sulla testa di tanti Principi e monarchi di quell’epoca
compresa la spoliazione temporale del Papato. Quanto a questa poi, credo
che abbiano fatto più male la legge Cavour-Rattazzi del 29 maggio 1859
per la soppressione in Piemonte di tutte le corporazioni religiose che
non avessero atteso alla predicazione, all’educazione o all’assistenza
agli infermi, e subito dopo la legge di Ricasoli del 7 luglio 1866 sulla
soppressione delle corporazioni religiose e l’incameramento dei loro
beni a vantaggio del fisco, in tutta la Nazione. Questi provvedimenti
buttarono infatti sul lastrico e allo sbando migliaia e migliaia di
persone impreparate ad affrontare la vita del laicato. Ne è
testimonianza il romanzo Lu saracinu di Alessio Di Giovanni.
Se poi
un’ampia fascia di studiosi meridionalisti e di revisionisti di oggi
giudica fatto male il regno d’Italia perché i Savoia non si dimostrarono
all’altezza del grande compito a cui furono chiamati, la colpa non è di
quanti, con alla testa Mazzini e Garibaldi, in pieno Ottocento pensarono
e agirono per l’indipendenza e l’unità della Nazione e dello Stato
italiano, bensì dei Governi e dei regnanti che nel tempo furono
destinati alla loro amministrazione.
Io,
comunque, difendo una idea e non gli errori degli uomini e, in
particolare, dei politici.
Agrigento,
dicembre 2010
Nino Agnello

Iniziamo questa nostra rubrica culturale ospitando un articolo su Giuseppe
Ungaretti scritto dalla nostra Lillina Centinaro Savatteri che ha
raccolto il nostro invito con entusiasmo
Ci auguriamo che nel seguito questo spazio culturale possa, con il
contributo di tutti gli amici lions, arricchirsi di sempre nuovi ed
interessanti interventi.
GIUSEPPE UNGARETTI
VITA DI UN UOMO
Commento a cura della Prof. Lillina Centinaro Savatteri
Ci
piace iniziare questo primo “Appuntamento con la letteratura” con un
poeta del secolo scorso, Giuseppe Ungaretti che, per avere attraversato
quasi tutto il Novecento (n. 1888 – m. 1970), è quello che più di tutti
ne ha portato i segni e sofferto le stigmate, e nel contempo sentito e
assorbito i fermenti culturali nuovi e di avanguardia.
Egli si offre a noi, suoi posteri, come testimonianza consapevole di una
storia appena trascorsa, che ha travasato e cantato nella sua poesia a
quel modo che sanno cantare i poeti e Ungaretti in special modo. Se
pensiamo che il titolo definitivo dato alla raccolta di tutte le sue
poesie è “Vita di un uomo”, comprendiamo quale rilievo e
importanza egli abbia dato alla sua esperienza umana e alla dimensione
uomo come fondamento della sua poesia.
Una
poesia, infatti, non mai quieta in formule acquisite, ma sempre volta a
scoprire qualche lato di sé non del tutto dichiarato, non approfondito
in pieno, che è in stretto rapporto con la vita che scorre, che indica
come stabili e perenni certe sue costanti come il dolore, l’amore, la
fratellanza, il coraggio necessario a credere, a meditare, dubbiosi.
Non
c’è in lui scarto, divario tra letteratura e vita; confessa, infatti: “Le
mie poesie hanno un fondamento in uno stato psicologico strettamente
dipendente dalla biografia: non conosco sognare poetico che non sia
fondato sulla mia esperienza diretta”. Seguiamolo, pertanto, in
queste sue esperienze dirette, da cui nasce il suo ripiegamento poetico,
tenendo presente che dalla sua poesia conosciamo sì la vita di un uomo,
ma nella dimensione spirituale più autentica, la vita come realtà più
intima e segreta dell’uomo.
In
questo senso la poesia di Ungaretti raggiunge le radici dell’essere e
mira ad una purezza assoluta, bruciando ogni residuo descrittivo e
realistico. Tra le esperienze dirette, che testimoniano un primo dramma
del Novecento, vi è quella dell’esule e dell’emigrato. I suoi genitori,
infatti, erano emigrati dal circondario di Lucca in Alessandria di
Egitto, dove il nostro nasce nel 1888, quando l’emigrazione degli
italiani si spingeva anche nei paesi arabi. Qui il padre aveva trovato
lavoro, come operaio, nella costruzione del Canale di Suez, e la madre
aveva aperto un forno per arrotondare le risorse finanziarie. E sarà
questo suo lavoro a permettere alla famiglia di continuare a vivere in
modo dignitoso dopo la morte del marito, avvenuta per un incidente nel
lavoro nel 1890.
È
in Alessandria che Ungaretti conosce, sin da bambino a scuola, il valore
della fratellanza. Dice: ”I miei compagni erano ragazzi che
appartenevano a tutte le credenze religiose e alle più varie
nazionalità. È un’abitudine presa fin dall’infanzia quella di dare,
certo, un’importanza alla propria nazionalità, ma, insomma di non
ammettere che non potesse essermi fratello chi ne avesse un’altra”.
A
casa sua conosce anche il valore della solidarietà e il dramma dello
sradicamento quel dramma che oggi, mutata la situazione, tanti emigrati
arabi vivono nel nostro paese. Dice: “Anarchici, evasi dal domicilio
coatto, ne conobbi fin da bambino. Frequentavano casa nostra essendo
della stessa regione della mia famiglia e spesso conoscenti da ogni
tempo. La nostra casa era certo una casa dove la tradizione si
rispettava, una casa di gente rigorosamente religiosa, ma una casa dove
non si respingeva chi forse era un illuso; ma per la sua fede pativa in
esilio. I suicidi miei coetanei si tolsero la vita per ragioni profonde,
perché si sentivano lontani dalla loro civiltà, senza potersene
interamente staccare, e senza potere interamente appartenere ad
un’altra. Altri furono suicidi per quella disperazione di chi, nato e
cresciuto all’Estero, si senta sradicato dalla sua terra e senta che in
essa difficilmente potrebbe mettere radici, e che in nessun’altra terra
potrà mai mettere radici. È angoscia dalla quale non è immune la mia
poesia”.
Stringe amicizia con Moamed Sceab, il compagno che con lui andrà a
studiare a Parigi: “Discendente/di emiri di nomadi/suicida/perché non
aveva più/patria”. Incapace di mettere radici sulla terra, in esilio
in Egitto, in esilio in Francia. “Amò la Francia/e mutò nome/Fu
Marcel/ma non era Francese”. Moamed si suicidò per non aver saputo
conciliare in sé le due contraddizioni del vivere e del pensare, e per
non avere saputo superare, vincere l’angoscia nel canto, nella poesia.
“E non sapeva/sciogliere/ il canto/del suo abbandono”. Ungaretti
assegna, infatti, alla poesia una funzione profondamente catartica. Dice
che: ”La poesia non è un esercizio di retorica, né un esercizio
puramente estetico…La funzione della poesia…ha il carattere di
un’espressione veramente di salvezza”.
Ed
è nella poesia che egli troverà il suo rifugio e la sua salvezza, perché
anche lui vivrà da esule tutta la sua vita:“In nessuna/parte/di
terra/mi posso/accasare/Ad ogni/ nuovo/clima/che incontro/mi
trovo/languente/che/una volta/già gli ero/assuefatto//E me ne stacco
sempre/straniero//…Cerco un paese innocente//”.
Ancora fa esperienza di coraggio e di solidarietà nella Baracca Rossa di
Enrico Pea, toscano commerciante di marmi, emigrato a sedici anni pure
lui in Egitto e divenuto, poi, per incoraggiamento dello stesso
Ungaretti, uno degli scrittori più schietti del nostro Novecento. Nella
sua Baracca si riunivano anarchici e fuoriusciti e si parlava di
libertà, di attentati. Queste esperienze faranno sì che Ungaretti assuma
un modo di partecipare alla vita fatto di entusiasmo, fratellanza,
coraggio, pronto sempre a soffrire e a pagare di persona.
Della terra natia altri fattori contribuiranno alla sua formazione umana
e poetica. Confessa, infatti, come sia stato colpito dai precetti della
religioni araba che aderivano alla sensualità, lui che, pur da bambino,
era stato educato alla religione cattolica da una madre religiosissima e
pia. Una sensualità che manifesterà soprattutto nelle liriche d’amore
con una spinta fortissima ed indomabile.
Della poesia araba erediterà il senso dell’incommensurabile, dei grandi
spazi, della musicalità, della monotona cantilena. Dice: ”In quella
cantilena sentivo vagamente Iddio evocato e, all’infuori di Lui, non
esistere altro se non un nostro lamento quasi tacito, nulla. Sono di
Alessandria d’Egitto: altri luoghi d’Oriente possono avere le mille e
una notte, Alessandria ha il deserto, ha la notte, ha il nulla, ha i
miraggi, la nudità immaginaria che innamora perdutamente e fa cantare a
quel modo senza voce che ho detto”. In versi così ricorda
Alessandria, con la nostalgia dell’esule: “Conosco una città/che ogni
giorno s’empie di sole/e tutto è rapito in quel momento/me ne sono
andato una sera/nel Cuore durava il limio/delle cicale/Dal
bastimento/verniciato di bianco/ho visto la mia città
sparire/lasciando/un poco/un abbraccio di lumi nell’aria
torbida/sospesi//”.
Nel
1912 si trasferisce a Parigi per continuare gli studi alla Sorbona. A
Parigi viene a contatto con i fermenti culturali nuovi e di avanguardia
che lasceranno un segno nella sua poesia. Già, in Alessandria a scuola,
aveva letto Baudelaire, Rimbaud, Verlaine, Mallarmé, dal quale si sente
fortemente attratto. Scrive: ”non credo che allora capissi
Mallarmé…mi seduceva con la musica e le sue parole, con il segreto, quel
segreto che mi è tutt’oggi segreto”. E più tardi dirà: ”Mallarmé
non mi è forse più un poeta interamente ermetico, è un poeta, perché la
poesia, se c’è, seduce mediante la musica dei suoi vocaboli, mediante un
segreto”. Giudizi questi che si possono benissimo adattare alla
poesia di Ungaretti, dalla quale pure ci si sente attratti anche quando
non se ne sappia che malamente decifrare il senso letterario, e che
seduce per la musica delle sue parole.
Frequenta alla Sorbona le lezioni di Bergson, il filosofo dello slancio
vitale, della dilatazione del tempo, verso il quale Ungaretti confessa
di avere un debito poetico. Si lega di amicizia con Apollinaire,
l’animatore dei movimenti d’avanguardia, e del cubismo in particolare, e
dice che i contatti con Apollinaire rimarranno in lui ricordo di stimoli
dai quali deriveranno conseguenze nella sua vita e nella sua poesia.
Incontra, nei loro soggiorni a Parigi, Palazzeschi, Papini, Soffici e i
Futuristi come Marinetti, Boccioni, Carrà, e poi Braque, Picasso. Furono
incontri con un tipo di arte e di moralità che, dice Ungaretti, hanno
avuto decisiva importanza nella sua formazione generale e nella sua
poesia.
Nel
1914 si stabilisce a Milano, ma nel 1915, scoppiata la guerra (era stato
tra gli interventisti) è chiamato alle armi e viene mandato nel Carso.
Passa così dal deserto d’Africa allo scenario desolato del Carso, delle
doline, dove farà la dura e dolorosa esperienza della trincea, della
vita cui aggrapparsi e della morte sempre in agguato. L’immagine di una
umanità sofferente di cui aveva fatto esperienza nella sua casa di
Alessandria e nella Baracca Rossa di Enrico Pea, il sentimento di
fratellanza e di solidarietà gli si rinsaldano nell’esperienza della
guerra. Dice in una lirica: “Di che reggimento siete/fratelli?/Parola
tremante//”. E in un'altra: “In agguato/in queste budella/di
macerie/ore e ore/ho trascinato/la mia carcassa/…Ungaretti/uomo di
pena/ti basta un’illusione/per farti coraggio//…”. E in un’altra,
confessando tutto il suo orgoglio di essere di origine italiana, pare
dimenticare l’asprezza ed i pericoli della guerra: “Ma il tuo popolo
è portato/dalla stessa terra/che mi porta/Italia//E in questa
uniforme/di tuo soldato/mi riposo/come fosse la culla di mio padre//.
Finita la guerra si stabilisce a Roma, ma spesso è in giro per l’Italia
e l’Europa, ora come inviato della "Gazzetta del popolo" di Torino, ora
chiamato come conferenziere, finché nel 1936 si stabilisce in Brasile, a
San Paolo, dove gli è stata offerta la cattedra di Lingua e Letteratura
Italiana. Qui vivrà, in “un volontario esilio” fino al 1942, e
qui perde nel 1939 il figlio Antonietto di nove anni. Questa sarà una
bruciante e dolorosa esperienza che il tempo non lenirà mai. Scrive: “Fu
la cosa più tremenda della mia vita. So che cosa significhi la morte, lo
sapevo anche prima; ma allora, quando mi è stata strappata la parte
migliore di me, la esperimento in me da quel momento la morte….Quel dolore non finirà mai di
straziarmi”. E in versi, che rimarranno tra i più alti e commoventi
della sua poesia tra l’altro così dice: “Nessuno, mamma, ha mai
sofferto tanto…Ora potrò baciare solo in sogno/le fiduciose mani/…come
si può ch’io regga a tanta notte?...Mai, non saprete mai come
m’illumina/L’ombra che mi si pone a lato, timida/Quando non spero
più…/…E t’amo, t’amo, ed è continuo schianto!...//”.
La
tragedia individuale si risolve in quella dell’intera nazione, quando,
rientrato in Italia nel 1942, trova Roma occupata dai Tedeschi. Sono due
momenti di un destino umano di sofferenza. Dalla tragedia collettiva
scaturisce la sua lirica corale in cui Ungaretti trova accenti di
intensa commozione umana e di sincero amore per la patria vilipesa. In
questa lirica egli assume soprattutto il tono del poeta-vate, forse
l’ultimo poeta vate della nostra letteratura, al di là dell’enfasi con
la quale egli stesso recitava questa parte. Si pensi a “Mio fiume,
anche tu”, lirica dedicata al Tevere, dove si confondono dolore e
fede: ”Cristo, pensoso palpito,/dopo gli strappi dell’emigrazione,/La
stolta iniquità/Dalle deportazioni/”. O ai versi “Cessate di
uccidere i morti/non gridate più/non gridate/Se li volete ancora
udire./”. O ai versi dedicati alla Patria: “Da venti secoli
t’uccide l’uomo/che incessante vivifichi rinata,/Umile interprete del
Dio di tutti/Patria stanca delle anime,/succederà, universale fonte,/Che
tu non più rifulga?/”.
Finita la guerra, inizia per l’Italia un periodo di lenta e progressiva
ricostruzione e per il nostro un periodo di relativa serenità. Il poeta,
stabilitosi a Roma, si dedica ad una intensa attività saggistica, riceve
premi, riconoscimenti e onorificenze in Italia e all’Estero, e
soprattutto si dedica al riassetto del corpus delle sue liriche, che
vanno dal 1914 al 1967. Le singole liriche e raccolte di poesie verranno
continuamente riscritte, rifuse, ricomposte, in un iter tormentato, per
andare a costituire quell’unica opera, che solo nel 1969, ad un anno
dalla sua morte, vedrà l’edizione definitiva nei “Meridiani” di
Arnaldo Mondadori col titolo di “Vita di un uomo”.
Il
suo rinnovare l’espressione, la forma è, però, un rinnovamento
dall’interno, non pensato da snob, ma dovuto alla sua esigenza di verità
e di onestà. Le sue esperienze di dolore non potevano essere espresse
nella roboante retorica dannunziana, né con i moduli dimessi del
Crepuscolarismo. D’altra parte, Ungaretti si era formato in un’atmosfera
culturale diversa da quella di tanti altri scrittori e poeti italiani
del primo Novecento. E poi egli considerava l’esperienza poetica come
esplorazione di un personale continente d’inferno a causa dell’assoluta
solitudine che l’atto di poesia esige e della singolarità del sentimento
di non essere come gli altri. Riconosce anche che la forma e la
sostanza, quando si tratta di vera poesia, non stanno su due piani
diversi, ma sono fuse l’una nell’altra. Pertanto gli occorrevano formule
poetiche nuove che, dallo scandaglio del proprio animo, portassero alla
luce enunciazioni fulminee, essenziali, in cui la parola, emersa dal
profondo della meditazione, quasi rinnovata, esprimesse l’aggrovigliata
interiorità.
La
sua, pertanto, è la poetica della parola autentica, della parola-vita
carica di suggestioni e di significati. Da qui l’uso dell’analogia,
sinestesia, degli ossimori, che, facendoci varcare in un baleno
lontananze straordinarie ci danno “illuminazioni favolose”. Da
qui la scomposizione del verso tradizionale, l’eliminazione di quella
musicalità che suona, ma non crea, la scarnificazione che arriva fino
alla pagina bianca, alla poesia dell’attimo. Anche se nelle raccolte di
poesie, successive alla prima raccolta, Ungaretti ritrova i metri e i
moduli della tradizione poetica, questi saranno sempre rinnovati per
quell’affinamento della parola, sperimentato nella prima raccolta.
E quando, negli anni
Venti rivive in Italia il recupero della tradizione e della lezione dei
classici, Ungaretti trova la sua ancora di salvezza, per sfuggire al
classicismo di maniera, nel canto. Così scrive, infatti: ”Rileggevo
umilmente i poeti che cantano. Non cercavo il verso di Iacopone o quello
di Dante, di Cavalcanti o quello del Leopardi: cercavo in loro il canto.
Non era l’endecasillabo del tale, non il novenario, non il settenario
del tal altro che cercavo; era l’endecasillabo, era il novenario, era il
settenario, era il canto italiano, era il canto della lingua italiana
che cercavo nella sua costanza attraverso i secoli, attraverso voci così
numerose e così diverse di timbro e così gelose della propria novità e
così singolare ciascuna nell’esprimere pensieri e sentimenti, era il
battito del mio cuore che voleva sentire in armonia con il battito del
cuore dei miei maggiori di una terra disperatamente amata”.
Per concludere ecco il
bilancio che il poeta stesso fece della sua vita in un discorso
pubblico, nel 1968, per i suoi ottant’anni, festeggiati con solenni
onoranze in Campidoglio dal Governo Italiano: ” Non so che poeta io
sia stato in tutti questi anni. Ma so di essere stato un uomo: perché ho
molto amato, ho molto sofferto, ho anche errato, cercando di riparare al
mio errore, come potevo, e non ho odiato mai. Proprio quello che un uomo
deve fare: amare molto, anche errare, molto soffrire e non odiare mai”.
Se Ungaretti, a
conclusione della sua vita, ancora una volta, dà precipua importanza
alla sua condizione umana, noi, invece, diamo il debito riconoscimento
al valore della sua poesia che, se è “sconvolgente” ad un primo
approccio per l’intensità dei sentimenti, si rivela, poi, una poesia di
conforto e di meditazione e la sua lettura è una di quelle che ci
riconcilia con vita, col dolore, con la morte, con la natura non sempre
benigna, col tempo che scorre, con gli uomini, che vivono la nostra
stessa fragile condizione, qualunque sia il colore della pelle, la loro
cultura, la loro religione.
Prof. Lillina Centinaro
Savatteri

