Anno Sociale 2011/2012

 

Lions Club Agrigento Host

L'ANGOLO CULTURALE

 

IGOR MITORAJ
IL GIGANTE DELLA SCULTURA
NELLA VALLE DEI TEMPLI

Di Ubaldo Riccobono

 Locandina Mostra Mitoraj Igor

Igor Mitoraj, grande scultore di opere giganti, non poteva non essere sedotto dal mito della Valle dei Templi di Agrigento, provando la stessa forte sensazione che fascinò il Premio Nobel, Salvatore Quasimodo, fino ad esprimersi con versi scultorei sul gigantesco Telamone disteso tra le rovine del tempio di Zeus dell’antica Akragas:

Agrigento, Telamone, Tempio di Giove

…Il telamone è qui, a due passi
dall’Ade (mormorio afoso, immobile),
disteso nel giardino di Zeus…

(Quasimodo, Tempio di Zeus ad Agrigento)


Mitoraj Igor, scultura

Lo scultore tedesco-polacco sembra aver captato questo messaggio, quasi per telepatia, se consapevolmente  afferma:
 

“Nella mia scultura cerco un'eco di antichità”

Igor Mitoraj, sculturaIgor Mitoraj, sculturaMITORAJ Igor, scultura

Questo istintivo richiamo riecheggia nelle parole rese durante un’intervista: “Per me è un'esperienza straordinaria, dire che sono commosso è dire poco. Io sono ovviamente abituato alle mie opere, ho esposto in tanti spazi all'aperto, da quelli storici ai contemporanei come la Défense a Parigi. Ma mi faceva molta paura l'idea di esporre qui, dove c'è l'incontro diretto con le radici della nostra civiltà, senza il filtro di secoli, come è stato, per esempio, a Firenze al Giardino di Boboli. Invece qui le mie opere prendono una forza diversa. Sono stato molto attento a non invadere lo spazio dei templi, ho lasciato sempre diversi metri fra sculture e monumenti, proprio per creare un dialogo di prospettive. Con una battuta, potrei rispondere che è un ritorno a casa.


Miitoraj Igor, scultura di seraMitoraj Igor, sculturaMITORAJ IGOR, scultura

Ritorno, quindi, nella terra di giganti, la greca Akragas che prese il nome dal mitologico dio fiumicello, figlio di Zeus, gigante che osò sfidare il padre degli dei, venendone trasformato nell’omonimo fiume che ancor oggi, limaccioso torrente, scorre attorno alla città. E tuttora nello stemma comunale viene rappresentato questo mito antico con tre cariatidi che sorreggono i castelli della città, a ricordare la caduta rovinosa del nove dicembre 1401 degli ultimi tre giganti che sostenevano parte del famoso tempio di Zeus Olimpio.


Mitoraj Igor, scultura di sera Mitoraj Igor, scultura

Igor Mitoraj, considerato lo scultore vivente più importante e significativo e le cui opere sono considerate capolavori di inestimabile valore, ha voluto per questa sua mostra monumentale di bronzi e travertino il titolo significativo “La valle degli dei”. Le opere sono state installate lungo il percorso che va dal tempio dei Dioscuri fino al tempio di Giunone. La mostra, che resterà aperta fino alla fine di novembre,  è la più importante della carriera dello scultore, la più lunga nel tempo, otto mesi, e nello spazio, diciotto opere disseminate per un chilometro e mezzo di parco.  Le sculture monumentali, che si ispirano in gran parte alla saga di Dedalo e Icaro, danno luogo ad un emozionante effetto scenografico, saldando lo spirito antico con  l’arte contemporanea.
Così l’area archeologica si popola con 18 istallazioni contemporanee capaci di offrire inaspettate sensazioni, quasi proiettando i visitatori nel passato più remoto. Mitoraj, che ha il “Tindaro” alla Défense di Parigi, il “Thsuki-No-Hikari” al British Museum di Londra, non è certo nuovo ad accostamenti insoliti e inediti delle sue opere come quello realizzato ad Agrigento.

Mitoraj Igor, scultura di sera MITORAJ IGOR, scultura

Allo scultore interessa il contenuto delle opere antiche, la loro anima, non la forma estetica e si rende conto che le sue opere sono quasi trappole mentali. E’ il modello greco quello a cui tende, non limitato solo all'arte, ma esteso alla filosofia, alla stessa democrazia. Il suo lavoro vuole parlare all’immaginario che è dentro di noi. Non è l’artista che deve parlarne, ma sono le opere a parlarne per lui.

Mitoraj Igor, sculturaMITORAJ IGOR, scultura

La mitologia della Valle dei Templi non potè non esercitare il suo fascino perfino su Luigi Pirandello, il quale compose uno dei suoi tre miti, forse l’opera sua più grande di teatro, intitolata “I giganti della montagna”.

Pirandello al tempio della Concordia

IN RICORDO DI KAROL WOJTYLA

Iniziamo con una poesia di Nino Agnello

Nel 18° anniversario della venuta

del beato Giovanni Paolo II in Agrigento

E venne pure nella Valle

a segnare un crocevia nella storia,

parlò, da Maestro, ai quattro venti dal balcone

del Seminario aperto a tutti gli ascolti,

e tuonò pure quel giorno dal trono

del Campo sportivo, arrabbiatissimo:

e fu più che profeta tagliente, ammonitore:

"Dico a voi mafiosi, convertitevi!

Verrà un giorno il giudizio di Dio

e quello degli uomini, il carcere

e sarà duro, durissimo."

Tuonò e piovve acqua di sollievo

e di giustizia per occhi lacrimosi

e cuori induriti dalla secca stagione

di soprusi e stragi sanguinose.

Wojtyla profetizzò e subito qualcuno

eresse la croce, questa croce miliare

a spartiacque d’augurio per nuovi traguardi

oltre l’uomo, oltre quell’annunzio.

Nino Agnello

Agrigento, 8 maggio 2011

 

di Ubaldo Riccobono

PapGiovanni Paolo II nella valle dei Templi“Dio ha detto una volta non uccidere.
Non può l’uomo, qualsiasi uomo,
qualsiasi umana agglomerazione, mafia,
non può cambiare e calpestare
questo diritto santissimo di Dio.
Questo popolo, popolo siciliano,
talmente attaccato alla vita,
popolo che ama la vita, che dà la vita,
non può vivere sempre sotto la pressione
di una civiltà contraria, civiltà della morte!?
Lo dico ai responsabili: convertitevi!
Una volta, un giorno, verrà il giudizio di Dio!”

 

E’ con queste incisive parole di condanna alla mafia, pronunciate nella Valle dei Templi di Agrigento nel maggio del 1993, che vogliamo ricordare Karol Wojtyla, Papa Giovanni Paolo II, che beatificato in San Pietro a  Roma. Ci sembra che le sue parole, che abbiamo voluto rendere sotto forma di drammatica poesia, siano l’alta testimonianza della sua santità e della profondità del suo magistero.  
Per l’occasione celebrativa, riportiamo due poesie dedicategli da Nino Agnello e da me.
 

Nino Agnello, poeta, scrittore, saggista
Commiato per Giovanni Paolo II
 

Venuto da lontano
è andato molto più lontano
a unificare il mondo
nell’amore del Padre,
 
e al trono del padre ora è tornato
alacre pellegrino anima bianca
dentro il mantello che fece svolazzare
più volte sulle nevi alpine
essendosi votato atleta del Signore.
 
A noi terreni in lutto
lascia il corpo offeso da cento coltelli
per farne pietra miliare al nostro cammino
sepolcro mausoleo sala delle visite
tutte le volte che vorremo orientare il passo
verso un luogo di comune convergenza,
 
universale misura a valutare un uomo
che s’innalza aquila bianca
oltre quanto fu mai possibile
a spaurito passerotto. Carlo Wojtyla
è già stella di prima grandezza
nel firmamento di luce.
(Nino Agnello, da “Cronache del magro vivere, 2005)
 


Ubaldo Riccobono
A Giovanni Paolo II il Grande
 
Ora che non ci sei
sei più presente di prima,
perché, Padre Santo,
allora ignoravo
la tua grandezza,
come il figlio che dà la mano al genitore
e con lui cammina sicuro
senza paura,
finchè scopre d’essere solo
senza quella mano forte
che lo trascinava.
(Ubaldo Riccobono, da “All’amica infedele e altri frammenti poetici”, 2010)

 

"Nessuna istituzione può da sola sostituire il cuore umano, la compassione umana, l'amore umano, l'iniziativa umana, quando si tratta di farsi incontro alla sofferenza dell'altro..." GIOVANNI PAOLO II

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Sono parole molto belle di Giovanni Paolo II, che all'Ospedale facemmo mettere sulla cartolina, nella quale si vede il Papa che benedice Suor Caterina Capitani, allora la madre superiora delle Figlie della Carità, a suo tempo miracolata da Giovanni XXIII. Suor Caterina purtroppo è venuta a mancare l'anno scorso, ma questi ricordi sono rimasti nella storia dell'Ospedale e di Agrigento. Le figlie della Carità vennero ad Agrigento - allora Girgenti - nel 1867, quando scoppiò il colera, proprio nell'anno in cui nacque Luigi Pirandello. Le Figlie della Carità vengono citate da Pirandello più volte. Anzi ad esse viene dedicata una drammatica novella.

 

Ricorrendo i 150 anni dell'Unità d'Italia abbiamo invitato i nostri amici ad intervenire su questo ampio, discusso ed attualissimo argomento.

Il 1° articolo che ci è pervenuto è quello del Prof Nino Agnello, il 2° articolo è quello del Prof. Calogero Sciortino; in successione sono riportati gli articoli dal più recente a seguire.

Pirandello e il Risorgimento familiare
 

Pirandello definisce I vecchi e giovani il romanzo della Sicilia dopo il 1870, amarissimo e popoloso, ov’è racchiuso il dramma della sua generazione. E in effetti, in questa poderosa opera largamente autobiografica - come ebbe a rilevare Leonardo Sciascia in Pirandello e il pirandellismo - emerge tutta l’amarezza per il Risorgimento tradito; un Risorgimento per lo scrittore  intriso di memorie, di fatti e di sentimenti familiari, rivissuti sin dall’infanzia attraverso le parole del padre Stefano, carabiniere garibaldino, e della madre Caterina Ricci Gramitto, che a soli tredici anni, con tutta la famiglia, assistette impotente al dramma del padre Giovanni, condannato ad espatriare dai Borboni nell’esilio di Malta.

Nella novella Colloqui coi personaggi il fervente spirito patriottico della famiglia Ricci Gramitto viene rievocato dalla madre con accenti drammatici, nel contrasto potente tra la bellezza dell’isola maltese “con quel golfo grande grande, d’un azzurro aspro, luccicante d’aguzzi tremolii”, del paesello bianco di Burmula,, “piccolo in una di quelle azzurre insenature”, e il cordoglio senza fine del padre di non poter vedere per la Sicilia il giorno della vendetta e della liberazione: stato d’animo che lo consunse a poco a poco a soli 46 anni.
 
Ci chiamò tutti attorno al letto il giorno della morte e si fece promettere e giurare dai figli che non avrebbero avuto pensiero che non fosse per la patria e che senza requie avrebbero speso la vita per la liberazione di essa” (Colloquii coi personaggi, novella, agosto-settembre 1915).
 
Il nonno dello scrittore, Giovanni Battista Ricci Gramitto, avvocato di Girgenti, aveva pagato con l’esilio forzato e la morte di stenti per essere stato uno dei massimi esponenti dei moti rivoluzionari del 1848-49 a Palermo - primo evento rivoluzionario in Europa - e per questo non era rientrato nell’amnistia del general perdono del Borbone, unitamente ad altri 42 esclusi: 1) D. Ruggero Settimo; 2) Duca di Serradifalco;  3) Marchese Spedalotto; 4) Principe di Scordia; 5) Duchino della Verdura;  6) D.Giovanni Ondes; 7) D.Andrea Ondes; 8) D. Giuseppe La Masa; 9) D. Pasquale Calvi; 10) Marchese Milo; 11) Conte Aceto; 12)  Abate S. Ragona; 13) Giuseppe La Farina; 14) D. Mariano Stabile; 15) D. Vito Beltrani; 16) Marchese di Torrearsa; 17) Pasquale Miloro; 18) Cav. D.Giovanni S.Onofrio; 19) Andrea Mangerua; 20) Luigi Gallo; 21) Cav. Alliata; 22) Gabriele Carnazza; 23) Principe di S.Giuseppe; 24) Antonino Miloro; 25) Antonino Sgobel; 26) D. Stefano Seidita; 27) D. Emmanuele Sessa; 28) D. Filippo Cordova; 29) Giovanni Interdonato; 30) Piraino di Milazzo; 31) Arancio di Pachino;  32) D. Salvatore Chindemi di Catania;  33) Barone Pancali di Siracusa; 34) D. Giuseppe Navarra di Terranova; 35) D. Giacomo Navarra di Terranova; 36) D. Francesco Cammarata di Terranova; 37) D. Carmelo Cammarata di Terranova; 38) D. Gerlando Bianchini di Girgenti; 39) D. Mariano Giojeni di Agrigento; 40) D. Francesco Giojeni di Girgenti; 41) D. Giovanni Gramitto di Girgenti; 42) D. Francesco De Luca di Girgenti; 43) D. Raffaele Lanza di Siracusa.
Morto il padre, la famiglia di Caterina aveva fatto ritorno in patria, in casa di quello zio che l’aveva mantenuta durante l’esilio a Malta, quello stesso zio canonico che era stato costretto a cantare controvoglia alla Cattedrale il
Te deum di ringraziamento per il ritorno al trono di Ferdinando II di Borbone, mentre il fratello prendeva la via dell’esilio.
Ma l’insofferenza alla tirannia del Borbone continuava ad essere viva e, come una vera ossessione,  non risparmiava nessuno dei discendentii della famiglia Gramitto, uomini e donne, fedeli al ricordo paterno e al richiamo della patria:
 
Eh sì, troppo veramente mi doleva d’essere donna allora e di non poter seguire i miei fratelli! Io la cucii, quasi al bujo, in un sottoscala, la bandiera tricolore con cui il mio più piccolo fratello insieme con gli altri congiurati, il 4 aprile 1860, uscì armato incontro al Presidio borbonico, nella stess’ora che a Palermo un altro dei miei fratelli doveva irrompere dal convento della Gancia; e qua da noi, in provincia, di tanti che avevano giurato di scendere in piazza armati si trovarono in cinque soltanto contro duemila borbonici!” (Colloquii coi personaggi, novella, agosto-settembre 1915)
 


Mentre alla Gancia di Palermo il fratello di Caterina, Rocco Ricci Gramitto, si salvava a stento, a Girgenti l’altro fratello, Innocenzo, issava il tricolore, mettendolo nel pugno di una statua sulla facciata della chiesa del Purgatorio, come ricorda tuttora l’iscrizione di una lapide. 
 

Nell’aprile 1860
animosi girgentini del Risorgimento
guidati dalla profonda anima religiosa
di nostra gente
issavano per la prima volta
il vessillo della Patria
in pugno a questa statua
sul fronte sacro di questo tempio
all’ombra della Croce.

 
L’anima di questa nuova rivoluzione era stato il siciliano Francesco Crispi, il quale, già a Napoli, dove esercitava l’avvocatura, aveva fatto da tramite tra i patrioti napoletani e quelli siciliani. Allo scoppio dei moti del ’48 (12 gennaio) Crispi aveva fatto parte del Comitato di Guerra, risultando poi eletto deputato alla Camera dei Comuni. Fallita la rivoluzione, nel ’49 era andato poi esule in Piemonte, venendone però espulso nel 1853, costretto quindi ad espatriare a Malta. Ma anche da Malta veniva cacciato, riparando precipitosamente a Londra e quindi a Parigi, dove riuscì a tenere i collegamenti con Mazzini e Rosolino Pilo. L’insurrezione in Sicilia era stata concordata con il Mazzini, il quale a sua volta l’aveva studiata nei minimi dettagli con Garibaldi. Doveva trattarsi di una rivoluzione repubblicana e, per questo, Crispi si era recato in Sicilia, in gran segreto, già nel luglio-agosto del 1859, al fine di poter preparare il terreno. Sarebbe iniziato tutto dal convento della Gancia di Palermo, con l’intento di incendiare, per farle sollevare, tutte  le popolazioni del Sud fino a Roma. Tuttavia, il fallimento dell’impresa non impedì a Garibaldi di partire da Quarto, convinto in ciò da Crispi che, ottenendo l’assenso tacito dei Savoia,  aveva perorato la spedizione come l’ultima chance che si offriva per svincolare il sud dal giogo dei Borboni.
Ai garibaldini, partiti da Quarto, si unirono i patrioti siciliani, tra cui il padre dello scrittore e gli zii Rocco e Vincenzo, i quali,  tutti, parteciparono, l’anno successivo, all’ulteriore spedizione garibaldina, conclusasi infaustamente all’Aspromonte. Lo zio Rocco per primo soccorse Garibaldi ferito e raccolse lo stivale del generale, che oggi si trova al Vittoriano di Roma, dono della famiglia Ricci Gramitto..
Ma anche il padre dello scrittore fu un entusiasta garibaldino della prima ora, arruolandosi tra i carabinieri e marciando al fianco del generale, seguendolo dalla Sicilia fino a Napoli e successivamente nell’infausta impresa dell’Aspromonte. Durante l’epopea garibaldina, Stefano Pirandello aveva conosciuto Francesco Crispi - di cui sarebbe divenuto poi un grande elettore - e il futuro cognato Rocco Ricci Gramitto. Le parole della madre:
 
Quando quel mio fratello ritornò dalla prigionia nella caserma di San Benigno a Genova, tutto il popolo qua lo condusse quasi in trionfo alla madre e a noi che lo aspettavamo festanti; e fu allora ch’io conobbi per la prima volta vostro padre, reduce anche lui d’Aspromonte, garibaldino anche lui del Sessanta, carabiniere genovese. Avevo già ventisette anni e non volevo più sposare; mi toccò sposare perché lui lo volle, lui che poteva imporsi al mio cuore con la bella persona e più, in quei fervidi anni, con l’animo che voi figliuoli gli conoscete, per cui ancora, vecchio, esulta e si commuove come un bambino per ogni atto che accresca onore alla patria” (Colloquii coi personaggi, novella, agosto-settembre 1915)
 
Stefano Pirandello e Rocco Ricci Gramitto s’iscrissero alla Massoneria, di cui facevano parte come dirigenti Garibaldi e Crispi, e furono in corrispondenza con il Generale. Subito dopo l’Aspromonte, Rocco Ricci Gramitto aveva inviato una lettera all’Eroe, chiedendo notizie sul suo stato di salute e dedicandogli dei versi. Il generale aveva risposto:


Caro Gramitto accetto riconoscente la dedica dei Vostri bei versi e ve ne ringrazio; Voi con la mente e col braccio avete mostrato di qual santo affetto amate la Patria. Gradite una mia stretta di mano, e tenete lo stivale che raccoglieste in Aspromonte per memoria del Vostro Giuseppe Garibaldi

Anche il padre dello scrittore scrisse all’Eroe una lettera di augurio per la guarigione e ne ebbe riscontro:

Signor Pirandello, Vi ringrazio dell’affettuosa memoria che mi serbate. La mia salute va sempre meglio ed io conto di guarire presto. Dite ai vostri compaesani che abbiamo fede nei destini dell’Italia, dessi sono maturi e presto ci troveremo ancora sulla via di Roma e Venezia. Vostro G. Garibaldi”.
 
Ma se il fervore patriottico dei genitori rivive nella premessa de
I vecchi e i giovani a loro dedicata (Ai miei vecchi genitori/ perché di cuore e di mente/ più giovani di me/ nella festa delle loro Nozze d’oro/ 28 novembre 1863-1913/ quest’opera, in cui i loro nomi/ Stefano e Caterina/ vivono eroicamente/ o.d.c. Luigi Pirandello), il romanzo costituisce la dimostrazione palese di un Risorgimento che tradì le attese della Sicilia - e del Sud -  ad opera di quegli stessi personaggi che ne avevano rappresentato le istanze, primo fra tutti quel Francesco Crispi che aveva propugnato la repubblica ed era sceso a patti con il Re.
La svolta per la struttura del romanzo furono i fatti del 1893-1894, allorquando violente insurrezioni contadine, in tutta l’Isola, erano sfociate nel sangue, ed avevano coinvolto drammaticamente l’organizzazione dei Fasci Siciliani, che nel maggio del 1893 avevano ottenuto, con i patti di Corleone, notevoli miglioramenti dei contratti agrari.  I fasci siciliani avevano squassato anche la città di Girgenti, dove molti pagarono con il carcere e il lontano cugino dello scrittore, Francesco De Luca, fu salvato grazie all’intervento della famiglia Pirandello. Le premesse di questi drammatici eventi, sedati duramente da un figlio dell’isola e patriota, Francesco Crispi, sono racchiuse tutte  nelle parole di Corrado Selmi:
 
“…ci ostiniamo purtroppo a voler essere ombre noi, qua, in Sicilia. O inetti o sfiduciati o servili. La colpa è un po’ del sole. Il sole ci addormenta finanche le parole in bocca! Guardi, non fo per dire: ho studiato bene la questione, io. La Sicilia è entrata nella grande famiglia italiana con un debito pubblico di appena ottantacinque milioni di capitale e con un lieve bilancio di circa ventidue milioni. Vi recò tutto il tesoro dei suoi beni ecclesiastici e demaniali, accumulati da tanti secoli. Ma poi, povera d’opere pubbliche, senza vie, senza porti, senza bonifiche, di nessun genere. Sa come fu fatta la vendita dei beni demaniali e la censuazione di quelli ecclesiastici? Doveva essere fatta a scopo sociale, a sollievo delle classi agricole. Ma sì! Fu fatta a scopo di lucro e di finanza. E abbiamo dovuto ricomprare le nostre terre chiesastiche e demaniali e allibertar le altre proprietà immobiliari con la somma colossale di settecento milioni, sottratta naturalmente alla bonifica delle altre terre nostre. E il famoso quarto dei beni ecclesiastici attribuitoci dalla legge del 7 luglio 1866? Che irrisione! Già, prima di tutto, il valore di quei beni fu calcolato su le dichiarazioni vilissime del clero siciliano, per soddisfar la tassa di manomorta; e da questo valore nominale, noti bene, furono dedotte le percentuali attribuite allo Stato e le tasse e le spese di amministrazione. Poi però tutte queste deduzioni furono ragionate sul valore effettivo e furon sottratte inoltre le pensioni dovute ai membri degli enti soppressi. Cosicchè nulla, quasi nulla, han percepito fin oggi i nostri Comuni. Ora, dopo tanti sacrifici fatti e accettati per patriottismo, non avrebbe diritto l’isola nostra d’essere equiparata alle altre regioni d’Italia in tutti i benificii, nei miglioramenti d’ogni genere che queste hanno già ottenuto?(I vecchi e i giovani, romanzo, 1913)
 
L’Unità d’Italia non fu un affare per la Sicilia, anzi fu l’inizio di nuove ingiustizie per la gente del Sud, tradita dai suoi stessi figli, coinvolti nelle beghe di palazzo e nella corruzione dello Stato centralizzato (scandalo della Banca Romana). E tale disillusione, a causa di uno Stato sordo alle istanze dei figli migliori, traluceva ancora nel 1910 dalle semplici parole del padre Stefano da una lettera scritta alle sue nipotine, figlie della primogenita Rosolina:
 




Mie care nipotine, dovete sapere che i Carabinieri Genovesi erano esclusivamente comandati dal Generale Garibaldi, ed il vostro vecchio nonno ebbe l’onore d’appartenere a questo Corpo scelto che pagò sempre con usura il suo tributo di sangue! Ora il governo dell’ineffabile Giolitti ci ha ricompensati con una pensione di 25 centesimi al giorno dopo trascorsi 49 anni! Però la nostra ricompensa, più che dai 25 centesimi l’abbiamo ricevuta dalla nostra coscienza…”.

 

Ubaldo Riccobono

 

 

26/03/2011 Prof. Calogero Sciortino

IL RISORGIMENTO TRA PASSATO PRESENTE E FUTURO

C’è un filo rosso che raccorda passato, presente e futuro; ed è questa la ragione per la quale studiamo la storia e celebriamo le ricorrenze. La storia, infatti, è conoscenza del passato finalizzata alla comprensione del presente che è la condizione necessario per orientare il futuro. Ciò vale sia per la storia della vicenda personale di ciascuno di noi, sia per la storia delle vicende delle comunità sociali e politiche.

Per questa ragione celebriamo la 150esima ricorrenza dell’unità d’Italia.

L’Italia come stato è giovane perché è nata appena 150 anni fa e precisamente il 17 marzo del 1861 con la conclusione di un processo che chiamiamo Risorgimento. Come nazione, cioè come coscienza di una identità linguistica e culturale, sebbene nell’ambito di una ristretta cerchia di intellettuali, la sua nascita rimanda al Medio Evo cioè a quando si è andato affermando il volgare fiorentino come lingua letteraria con Dante, Petrarca e Boccaccio e a quando si è andata affermando nel mondo la specificità della cultura e dell’arte italiane con Cimabue, Giotto, Piero della Francesca e poi con Brunelleschi, Leonardo, Michelangelo, Leon Battista Alberti, Raffaello, Galilei, Alfieri e mille altri. Alla nazione italiana non corrispondeva ancora lo stato italiano, come avveniva in Francia, in Inghilterra, in Spagna; ciò fino al 1861.

Ora celebriamo l’evento dell’unificazione politica per tornare a riflettere sul ritardo con cui è nato il nostro Stato, su come è nato, per analizzare le cause prossime e remote dei suoi problemi attuali e per tentare di approntare un futuro migliore rispetto al nostro presente, che non si presenta in termini molto confortanti.

Ma neppure l’unità politica della Penisola è una novità assoluta; sebbene in vesti diverse rispetto a quelle della contemporaneità, una qualche unità politica della Penisola era stata creata attorno a Roma nel mondo antico: con la guerra sociale all’inizio del I sec A C la cittadinanza romana era stata concessa ai federati di Roma (lex Plautia Papiria e Lex Iulia) e in età augustea era molto chiara la distinzione tra l’Italia, il cui territorio era considerato metropolitano, e le province che costituivano il resto dell’Impero.

La definitiva frattura si ebbe poi nel sesto secolo D C  con l’invasione dei Longobardi.   

Con il Risorgimento si ri-costituisce, dopo 1500 anni circa, quella unità politica, che la presenza dello stato pontificio, al centro della penisola, e altri fattori, come la presenza straniera sia nel M. E. che nel corso dell’età moderna, avevano impedito che si realizzasse

Ancora attorno alla metà dell’800 in Italia non solo c’erano ben otto stati sovrani, ma restava quella egemonia austriaca che ne impediva sia la unificazione o la nascita di una federazione, sia la costituzione di una lega doganale del tipo della Zollverein tedesca. Sopravvivevano, ad eccezione del regno di Sardegna, che a partire del 48 aveva avuto una svolta costituzionale rimasta permanente, le vecchie monarchie assolute, essendo stati ritirate a Napoli, a Roma e a Firenze, dopo la prima guerra d’indipendenza, le costituzioni ottriate che i rispettivi sovrani avevano pur concesso mesi prima. È stato il decennio successivo tra il 1849 e il 1859 - 60 che ha visto la realizzazione di quella sorta di miracolo che fu l’unificazione nazionale.                                          

ll Risorgimento è stato un processo fatto di cospirazioni, rivoluzioni, progetti politico ideologici, guerre, attività diplomatiche e politiche internazionali molto complesse, spesso divergenti e coronate da successo anche a causa di delicati equilibri internazionali

Il processo ebbe lieto fine a causa del lavoro e dell’impegno di alcune personalità di grande spessore, che pur agendo separatamente, spesso in concorrenza tra loro e con progetti inconciliabili, finirono, con una specie di eterogenesi dei fini, con l’avere un ruolo complementare, reciprocamente integrativo  e, in ogni caso, determinante. Ci riferiamo al lavoro  pedagogico e cospiratorio di Giuseppe Mazzini, che riuscì a far nascere l’Italia nella coscienza di tanti giovani intellettuali, anche se non delle masse, ed elaborò un progetto ideologico-politico con una chiarezza sconosciuta fin qui alle rivoluzioni carbonare del 20-21 e del 31: Italia unita dalle Alpi alla Sicilia, democratica, repubblicana, laica e con Roma capitale; l’Italia sarebbe nata politicamente solo a condizione che essa nascesse prima nelle coscienze e che la conquista dell’unità e della libertà prima che come diritto fosse avvertita come dovere;

Ci riferiamo l pensiero politico e alla produzione letteraria di un gruppo di intellettuali cattolici moderati come R.Lambruschini, V.Gioberti, C. Balbo, A Manzoni, N.Tommaseo, ecc., che riuscirono a convincersi che, nonostante la posizione antiliberale e antinazionale della gerarchia cattolica, era possibile coniugare insieme la libertà, la patria e la fede;

ci riferiamo alla geniale e insonne attività diplomatica di Cavour che riuscì a far diventare europeo il problema italiano e ad inserire il suo piccolo regno di Sardegna nel contesto politico delle grandi potenze

Ci riferiamo, infine, all’eroico, disinteressato e determinante azionismo di G. Garibaldi e alla sua spedizione dei Mille.

A tutta questo bisogna aggiungere la complessa, fortunata e contingente situazione internazionale che vide Francia e Inghilterra, seppure per motivi opposti, favorire, la prima con le armi e la seconda con la diplomazia, la causa italiana.

Circa l’esito finale più che di processo di unificazione sarebbe meglio parlare di un processo di piemontizzazione, come si evince facilmente dalla analisi della legge 17 – marzo – 1961 e come si evince dal fatto che successivamente il sistema giuridico amministrativo e fiscale piemontese fu esteso a tutta la Penisola

La conquistata unità, se per un verso fu il traguardo tanto auspicato di un processo glorioso, per l’altro verso fu il punto di partenza di un processo sicuramente meno entusiasmante e meno glorioso, perché dopo la poesia viene la prosa, ma non meno decisivo per le sorti del Paese: fatta l’Italia occorreva non solo fare gli italiani, come afferma una notissima espressione attribuita a Massimo d’Azeglio, e già questo era un enorme problema, ma occorreva salvare il neonato stato dal disastro incombente affrontando problemi tutti di immane portata.  

  Prima di accennare ai problemi dell’Italia del periodo immediatamente post   risorgimentale è necessario ribadire i caratteri del Risorgimento: esso fu una rivoluzione moderata, perché liberale ma non democratica, elitaria perché non coinvolse le masse se non in brevi momenti, come le cinque giornate di Milano (1848) e la guerra garibaldina e antiborbonica nel mezzogiorno (1860), ma con il miraggio della promessa riforma agraria, promessa mai mantenuta

 L’esito conclusivo del processo risorgimentale ha registrato la sconfitta di uno dei suoi principali suoi artefici: G. Mazzini. Anche se l’Italia era ora unita dalle Alpi alla Sicilia e con Roma capitale (a partire dal 70), come egli la voleva, essa non era né democratica, né repubblicana secondo il programma della Giovine Italia, ma fortemente elitaria nel suffragio elettorale e monarchica.

 L’Italia appena nata è un paese povero, arretrato, non al passo con le potenze occidentali già fortemente industrializzate, caratterizzata da una economia quasi esclusivamente rurale, legata, soprattutto nel mezzogiorno al latifondo e a tecniche di coltivazione paurosamente arretrate, anche perché mancavano i capitali per realizzare bonifiche agrarie e coltura intensiva. Solo nel nord del Paese erano più diffuse la piccola proprietà e le colture intensive e specialistiche rese possibili da precedenti bonifiche operate dal buon governo austriaco in Lombardia e dalla creazione di infrastrutture rurali (si pensi alle risaie del vercellese create da Cavour nel cosiddetto decennio di preparazione) Emergevano sin da subito due Italie dal profilo economico, sociale e culturale profondamente diverso. Ma c’erano, come dicevamo, mille problemi la cui soluzione era urgente. Ecco i più importanti:

·        Dicotomia tra paese reale e paese legale;

·        Assetto istituzionale e necessità di scegliere tra accentramento e decentramento;

·        La mancata congiunzione del Veneto e di Roma in un contesto di isolamento internazionale del neonato Stato;

·        Un Paese da unificare sul piano linguistico e culturale, sul piano delle unità di pesi, di misure e di moneta;

·        Assoluta inadeguatezza o addirittura assenza di infrastrutture necessarie ad un paese civile quali strade, ferrovie, ospedali, scuole;

·        Analfabetismo di massa;

·        Disavanzo (mezzo miliardo) e debito pubblico;

·        Iniquità del sistema fiscale insostenibile per la parte più povera del Paese;

·        Brigantaggio e questione meridionale.

Come si vede, i problemi erano tanti e tali che molti osservatori internazionali consideravano a rischio l’unità del neonato Paese. Fu un grande merito della destra storica, da subito orfana di Cavour, avere salvato l’unità appena conquistata con scelte spesso dolorose, impopolari, ma, a giudizio dei governanti di allora, necessarie.

Dei problemi a cui abbiamo accennato alcuni furono risolti adeguatamente, ma con costi umani paurosi, altri furono risolti in modo inadeguato, altri non furono risolti affatto, tanto che attendono ancora una soluzione. Si pensi, ad esempio, alla sempre più drammatica questioni meridionale.

Ma in 150 anni il Paese di strada ne ha fatto. Esso ha avuto le sue involuzioni e le sue crisi istituzionali: si pensi, per esempio, all’ultimo decennio dell’800, cioè alla repressione dei fasci dei lavoratori in Sicilia, e al torbido fine secolo con i morti di Milano del 1898, si pensi al tentativo, fortunatamente fallito, di annullare con le cosiddette leggi liberticide del Pelleux le poche garanzie di libertà che lo Statuto Albertino concedeva; il nuovo secolo poi si apriva con i peggiori auspici cioè con l’assassinio del Re Umberto I a Monza e, dopo la parentesi giolittiana, caratterizzata da luci e ombre,  c’è un altro torbido momento che ha preceduto l’entrata in guerra dell’Italia nel 1915 che culmina nel cosiddetto Maggio radioso, periodo che si concluse con l’entrata dell’Italia in guerra contro la volontà della maggioranza del Paese; si pensi al milione di vittime della Guerra e della spagnola successiva, si pensi al torbido dopoguerra che aprì la strada al tragico ventennio fascista. Si pensi ancora alla immane catastrofe della seconda guerra mondiale e alle piaghe spirituali e materiali che generò nel paese e nel suo tessuto sociale.

A questi eventi cronologicamente determinati, tutti negativi, si deve aggiunge un fenomeno che ha attraversato tutto la storia post unitaria del Paese: ci riferiamo alla emigrazione di massa, specialmente nel mezzogiorno del Paese: verso l’estero e alla emigrazione interna. Si tratta di un fenomeno di dimensioni gigantesche: non meno di venti milioni di Italiani del mezzogiorno hanno dovuto lasciare la loro terra, la loro casa, la loro famiglia e i loro affetti, hanno dovuto, provvisoriamente o definitivamente tagliare le radici che legano ciascuno al proprio mondo. Venti milioni: non è solo una cifra matematica, perché si tratta di venti milioni di esistenze che hanno coinvolto tante altre esistenze: tante madri, tante mogli, tanti figli sono state private della presenza del figlio, del marito, del padre con tutte le lacerazioni conseguenti. Eppure, ecco il rovescio della medaglia, l’emigrazione ha generato ricchezza e benessere nel Paese: sono state le rimesse degli emigrati dall’estero che hanno messo a disposizione delle banche, e quindi degli investimenti, i capitali che hanno reso possibile il decollo industriale in età giolittiana; è stata l’emigrazione dal Sud al Nord che ha reso possibile il boom industriale nel secondo dopoguerra.         

Nonostante i disastri, nonostante i problemi non risolti, non sono mancati i fenomeni e gli eventi che evidenziano nel Paese la presenza di risorse morali, culturali e materiali che per un verso giustificano un certo orgoglio di appartenenza e per l’altro verso inducono alla speranza anche per il futuro.

L’Italia ha vissuto la gloriosa esperienza di un secondo risorgimento con l’antifascismo clandestino, con la Resistenza, che a differenza del primo risorgimento fu un fenomeno di massa, con la Liberazione, con la nascita della Repubblica, con la elaborazione e promulgazione di una Costituzione democratica, elaborata dai rappresentanti eletti dal popolo sovrano, che sceglie la Repubblica tramite quel Referendum, che Mazzini, il grande eroe sconfitto del primo risorgimento, aveva invano auspicato.

In quella circostanza il popolo italiano, in nome di valori condivisi di natura interculturale, interideologica, interreligiosa, seppe superare tutte le divisioni, che pur esistevano ed è bene che esistano ancora, per edificare sulla base di questi valori condivisi e solennemente entrati nella Costituzione per costituire l’anima dei  principio fondamentali, una comunità nazionale di cittadini liberi, consapevoli dei loro diritti e dei loro doveri, consapevoli anche della loro identità europea e aperti alla solidarietà e alla collaborazione con la comunità mondiale.

Oggi stiamo vivendo un momento poco felice della nostra storia; la cosiddetta prima repubblica è morta e la seconda non riesce a nascere; la recessione economica, lo spettro della povertà che si allunga anche su una parte del tradizionale ceto medio, il settarismo degli schieramenti politici, i conflitti istituzionali, gli egoismi regionalistici, il divario tra nord e sud sono gli ingredienti più vistosi di questa crisi.

Ne usciremo solo se con consapevolezza storica e politica riscopriremo e rivivremo, con civica passione, i valori che hanno aiutato i nostri padri a superare i momenti bui del passato, a porre in essere un primo e un secondo risorgimento; solo così potremmo crearne un terzo, cioè un futuro con un cielo terso e sgombro di quelle nubi che rendono minaccioso il nostro cielo di oggi.

Forse, in questa direzione può essere una opportunità la celebrazione del centocinquantesimo anniversario dell’unità nazionale, come occasione per riflettere: torniamo al passato per attingere le energie atte a  venire fuori dalla crisi attuale e a creare un futuro più sereno per il nostro Paese.

27/01/2011 Calogero Sciortino

Recensione al libro di PINO APRILE: TERRONI, ed Piemme, Milano, 2010

Il presente intervento è costituito dalla relazione che avrei voluto leggere in occasione della presentazione del libro sopra indicato e che ho tenuto solo parzialmente, e a braccio, sia per ragioni di tempo, sia perché, avendo parlato per ultimo, sarei stato in alcuni punti parzialmente ripetitivo di quanto avevano già detto i relatori che mi avevano preceduto..

PREMESSA

 

Vorrei iniziare la presentazione del libro in questione con una riflessione sul titolo e sul sottotitolo; ciò perché contengono in estrema sintesi il messaggio che l’Autore vuole veicolare e che è l’idea centrale del libro  il titolo è Terroni, senza articolo, probabilmente per orientare l’attenzione del lettore su questo aggettivo sostantivato in tutta la sua pregnanza dispregiativa; il sottotitolo è tutto quello che è stato fatto perché gli Italiani del Sud diventassero “meridionali”. Il termine terrone è sinonimo di villano, rozzo, incivile, troglodita e viene utilizzato per indicare coloro che sono nati nel mezzogiorno della nostra Penisola, e quindi, è anche sinonimo di meridionale, che, a sua volta, da termine di valenza geografica, che è quella che aveva e dovrebbe sempre conservare, ha finito con l’acquistare tutta la pregnanza negativa di terrone. Questo, però, è il prodotto culturale di centocinquanta anni di storia, a partire dall’Unità d’Italia con la quale si concluse il Risorgimento  Prima i meridionali non erano terroni; lo sono diventati a partire dal 1861, a partire dal momento in cui i Settentrionali, alias Piemontesi o Lombardi, imposero ai meridionali la loro egemonia, trattandoli da essere inferiori, da coloni, da sottosviluppati mentali. Una parte degli intellettuali italiani è arrivata a dare di questa egemonia una spiegazione pseudoscientifica, scomodando l’onesto e incolpevole Darwin e la sua teoria evoluzionistica (Lombroso). Secondo questa manipolazione antiscientifica dell’evoluzionismo biologico i Meridionali non avrebbero ancora completato la loro evoluzione biologica e, come i popoli indigeni dell’Africa o dell’Asia, non sarebbero in grado di gestirsi; i Meridionali italiani, però, sarebbero fortunati per aver trovato i fratelli del Nord, venuti a liberarli dal dispotismo borbonico e a cercare di avviarli verso la civiltà.  La loro inferiorità, però, li avrebbe indotti  a non apprezzare questo spirito di abnegazione dei Nordici e a rivoltarsi contro di loro con il brigantaggio. Il restare legati ai Borboni e al sanfedismo superstizioso dei briganti meridionali non poteva che avere una spiegazione genetica nella parte rozza della cultura positivista dal momento che lungi dall’assaporare la libertà loro regalata i meridionali inneggiavano al detronizzato re Francesco II di Borbone e al papa Pio IX. In sede di premessa rileviamo che l’Autore naturalmente rigetta la teoria lombrosiana perché razzista, ma interpreta il Risorgimento nel Mezzogiorno in chiave di conquista e il brigantaggio come fenomeno politico e religioso. Su tutte queste affermazioni, che costituiscono in gran parte le idee portanti del libro, c’è da discutere.

Il libro.

Nel libro si conduce una riflessione molto articolata di natura storica, antropologica, sociologica, psicologica, politica molto complessa, dal mio punto di vista solo in parte condivisibile,  venata da una vis polemica portata qua e là, forse proprio per amore del Sud, a forme esasperate.

Lo stile è quello di cui può essere capace solo il giornalista consumato e di razza che coinvolge il lettore e, tramite mille provocazioni, lo costringe ad una lettura appassionata, a cui non potranno non seguire riflessioni, ripensamenti,  qua e là forme di assenso e di condivisione, oppure di dissenso o di voglia di contestazione. L’Autore fa appello all’intelligenza del lettore, ma ne coinvolge anche la emotività, per cui non è difficile che ci si lasci trascinare nel risentimento totale. Come lettore ho dovuto sempre stare in guardia per non venire trascinato in un giudizio di incondizionato, ma acritico consenso. Questo non significa, si badi bene, che i contenuti del libro non meritino attenzione, o che gli eventi raccontati siano destituiti di fondamento storico; significa solo che non su tutto si può consentire.

Il dissenso, infatti, non riguarda i fatti storici che vengono narrati, sempre ben documentati, o fenomeni come brigantaggio e relativa repressione, o emigrazione ecc., ma la interpretazione della loro natura, della loro causa, o talvolta della loro portata.  

Il fine dell’Autore mi sembra nobile e credo che sia quello di mettere il lettore meridionale in crisi per aiutarlo a prendere coscienza di sé e dei torti subiti, di che cosa vuol dire essere meridionale, di uscire dall’oblio del suo passato e di liberarsi così dal suo attuale e presunto stato di minorità, di riappropriarsi della sua dignità.

Se questo è il fine, egli lo raggiunge perfettamente perché incatena il lettore e lo costringe non solo alla lettura, ma per qualche capitolo addirittura alla rilettura, per meglio impossessarsi del contenuto della comunicazione, per cogliere la portata e il valore delle informazioni, per potersi meglio indignare.

Circa le informazioni sul mezzogiorno preunitario vorrei, però, sottolineare che, a mio giudizio, l’Autore tiene presente più che la situazione preunitaria del Regno delle due Sicilie, la situazione della parte continentale di esso, trascurando le differenze, che pur esistevano, tra la Sicilia e il resto del Regno. Non c’era, infatti, omogeneità tra il regno di Sicilia e il regno di Napoli, sotto l’aspetto politico, né sotto quello sociale, o economico.

Occorre, infatti, tenere presente che il regno di Sicilia e quello di Napoli hanno avuto due storie diverse dal momento che in tutta la storia moderna erano stati due regni distinti con legislazioni e amministrazioni diverse fino al 1816; la Sicilia non aveva avuto mai le riforme illuminate introdotte da Carlo terzo di Borbone e da suo figlio Ferdinando IV di Napoli (e terzo di Sicilia) perchè ogni tentativo, che pur la monarchia aveva operato nell’Isola in direzione delle riforme, era fallito sostanzialmente per tre ragioni

1.     l’opposizione del baronaggio siciliano ai tentativi dei vicerè Caracciolo e Caramanico;

2.     in Sicilia non esisteva quasi per niente un ceto medio che avesse interesse a quelle riforme avversate dalla aristocrazia per convenienza e dai contadini per ignoranza e cultura sanfedista;

3.     la stessa monarchia aveva abbandonato la sua politica riformista in Sicilia con lo scoppio della Rivoluzione francese, cioè a partire dal 1789.

Inoltre la Sicilia non aveva avuto l’esperienza del regno di Giuseppe Bonaparte e di Gioacchino Murat, che erano figli della rivoluzione francese e del giacobinismo napoleonico, le cui riforme Ferdinando di Borbone al rientro nel 1814 si era guardato bene dal cancellare dal regno di Napoli e dall’introdurre in Sicilia. La Sicilia, non era assimilabile al Regno di Napoli; essa era l’unica regione italiana, come giustamente osservava Leonardo Sciascia, in cui non erano mai soffiati il vento dell’illuminismo con le riforme illuminate e meno che mai il vento della Rivoluzione francese e del giacobinismo.

Il legame tra la Sicilia e la dinastia borbonica era compromesso già prima del 1860; infatti, le rivolte siciliane del 1820, del 1837, del 1848 avevano avute tutte carattere antonomastico e antiborbonico e la violenza con la quale le suddette rivolte erano state represse aveva  scavato un insuperabile fossato tra la Sicilia e la dinastia che la governava da lontano. Di tutto questo non c’è traccia nel libro di Pino Aprile,  che estende a tutto il regno duosiciliano i caratteri della parte continentale di esso.

 

linee di consenso e di dissenso

Secondo l’Autore, inoltre, il Regno delle due Sicilie sotto i Borboni non era caratterizzato da arretratezza, da sottosviluppo e da malgoverno, ma era al passo con i Paesi più evoluti e meglio governati d’Europa e, in ogni caso, non era in condizioni meno precarie di tanti altri stati dell’Italia preunitaria; sotto l’aspetto industriale, per esempio, vengono  ricordate le ferriere di Mongiana, i cantieri navali di Castellammare, l’industria di Pietrarsa, e il sistema ferroviaria più avanzato, nel regno di Napoli, che altrove. I Piemontesi, quando arrivarono, distrussero intenzionalmente colpevolmente tutto questo.

  La presenza di queste realtà sicuramente importante, però, non era diffusa in tutto il  territorio, né era tale da caratterizzare il tessuto sociale ed economico di tutto il regno. Niente di tutto questo, per esempio, c’era in Sicilia (ove dominava il latifondo,  con la sua cultura estensiva cioè cerealicola, (ma spesso incolto o adibito al pascolo) a cui bisogna aggiungere solo il vino di qualità (il famoso marsala), la cui produzione, abbastanza limitata nel trapanese, era legata all’imprenditoria inglese, e lo zolfo estratto dalle miniere). Nella stessa parte continentali del regno le realtà industriali sopra menzionale erano come cattedrali nel deserto.. Quel poco che c’era, comunque, di industrialmente notevole fu colpevolmente distrutto dai Piemontesi; e qui ha ragione Pino Aprile.

L’impresa garibaldina che conquistò al Piemonte l’Italia meridionale, seguita, come è noto, dalla presenza diretta dell’esercito regolare di Vittorio Emanuele II e del generale Cialdini, fu, osserva l’Autore, una guerra di conquista vera e propria di un territorio considerato nemico  e successivamente una occupazione militare, che conobbe tutte le atrocità delle guerre di occupazione (assedi, cannoneggiamenti, paesi rasi al suolo, decimazioni, campi di concentramento, che non ebbero niente da invidiare ai futuri lager nazisti, ai gulag sovietici e alla Guantànamo americana). Tutto questo è stato orribile, ma tragicamente vero e tale per le sue dimensioni che  nessuna coscienza morale e nemmeno la più machiavellica ragion di stato possono giustificare (e non esisteva nessuna ragion di stato); fin qui non si può non consentire.   Ma perché trascinare nella condanna morale personalità e comportamenti che in realtà non furono né cinici né immorali come, invece, fa Aprile? Ci riferiamo a Mazzini e a Garibaldi che sarebbe cinico accusare di avere agito senza ideali meno che  nobili. È vero che la storia la scrivono sempre i vincitori; si badi, però, che costoro nella vicenda risorgimentale non furono vincitori, ma vinti, perchè l’Italia che nacque non fu né democratica né repubblicana, come la voleva Mazzini; e non ci risulta che Garibaldi si sia mai reso responsabile di eccidi o di atti di crudeltà simili a quelli di cui si resero responsabili il generale Cialdini e l’esercito Sabaudo. Lo stesso eccidio di Bronte non è da imputare alla responsabilità di Garibaldi. A tutto il mondo è nota la dimensione rigorosamente etica e religiosa, sebbene laica, del messaggio  politico-pedagogico di Mazzini; a tutti è altrettanto nota la generosa indole dell’Eroe dei due mondi, che lo rese popolarissimo sia ai Siciliani sia ai Napoletani, che ripetutamente lo elessero in Parlamento,  Va detto che non mancarono esecrabili comportamenti da parte dell’esercito sabaudo, che si rese responsabile di veri e propri genocidi; si pensi, per esempio, all’assedio di Gaeta e alle decine di centinaia di vite umane che una condotta meno violenta avrebbe evitato di sacrificare, ma eventi di questo genere tragicamente costituiscono episodi comuni a tutte le guerre; e l’assedio di Gaeta, dove si era rifugiato Francesco II con i resti del suo esercito, aveva tutti i caratteri della guerra, sebbene non dichiarata. Certo non si possono giustificare i genocidi legati alle guerre, ma sono le guerre che proprio per questo non si possono e non si devono giustificare. In ogni caso né Garibaldi, né Mazzini ebbero responsabilità alcuna a proposito di Gaeta, come non ne ebbero alcuna nella repressione del brigantaggio. Circa Gaeta, nemmeno Cavour è direttamente responsabile, perché egli era rimasto a Torino. Sul posto c’erano Vittorio Emanuele II e Cialdini che sono i veri responsabili dell’eccidio. Pino Aprile sembra volere accomunare nel medesimo giudizio di condanna  tutti i protagonisti del Risorgimento; onestamente questo non ci appare accettabile o fondato.

Il brigantaggio è stato un fenomeno politico, secondo Aprile, che in questo sembra fare sua la tesi del movimento neoborbonico, filoborbonico e legato alla tradizione religiosa cattolica contro il laicismo massone dei conquistatori, il cui sovrano era uno scomunicato, e contro il sistema giuridico amministrativo da loro introdotto; esso è stato represso con una violenza omicida disumana e spropositata che seminò una enorme carneficina soprattutto sulla popolazione inerme (si ipotizzano cifre fino ad un milione di vittime); si verificarono episodi orribili di paesi rasi al suolo (Gioia del Colle, Pontelandolfo, Casalduni sono solo degli esempi); si racconta di gesta di briganti eroi (Domenico Romano, Carmine Crocco) contro i Savoia, gesta che sarebbero state compiute per fedeltà a Francesco II, a Pio IX e alla Chiesa.

Il brigantaggio, però, prima che essere un fenomeno politico o un movimento filoborbonico, fu soprattutto un fenomeno sociale. E’ indubbio, anzi, che avere varato una legge speciale spropositata e feroce come la legge Pica, (che dichiarava nel mezzogiorno la stato d’assedio per reprimere il brigantaggio e che tra il 1862 e il 1867 ha insanguinato in modo particolare la Sicilia e la Puglia)  è stato dovuto al fatto che il Parlamento italiano ha interpretato in terminino politici ciò che era un fenomeno solo sociale, cioè una rivolta disperata dei contadini per la fame, per il sistema fiscale insostenibile, per la coscrizione obbligatoria, per la promessa e non realizzata riforma agraria. Il neonato Stato si presentava, al contadino meridionale, come una entità astratta e lontana, tuttavia decisamente ostile perché si faceva vivo solo tramite l’agente del dazio, cioè il fisco (si pensi, per esempio, alla tassa sul macinato, che però si pagava già con i Borboni, sebbene in modo più lieve) oppure tramite il carabiniere che consegnava il cartellino per la leva militare. Nessuna meraviglia allora che i giovani, proprio per sfuggire alla leva, si dessero alla macchia e diventassero briganti, nessuna meraviglia che la loro rabbia la esprimessero inneggiando a Francesco II e a Pio IX, nessuna meraviglia che l’ex Re e il Papa cercassero di strumentalizzare a loro appannaggio, caricandolo di valenza politico-religiosa, ciò che era un drammatico problema sociale.   

Il depauperamento demografico, legato inizialmente al brigantaggio, si è protratto nel tempo, fino allo scoppio della prima Guerra mondiale, per poi riprendere ancora più massicciamente dopo il secondo dopoguerra con l’emigrazione di massa. Il mezzogiorno della penisola non aveva mai conosciuto il fenomeno prima dell’unità.

Si calcola che nel giro di un secolo e mezzo almeno venti milioni di Italiani del Sud hanno lasciato la loro terra per diventare risorse umane di tanti paesi americani, europei, dell’Oceania e del Nord della penisola. La cifra pare che sia calcolata per difetto e colpisce per la sua enormità; occorre riflettere sul fatto che non si tratta solo di un numero astratto, ma di venti milioni di individui, di venti milioni di famiglie, di venti milioni di vicende esistenziali, di innumerevoli lacerazioni familiari, di abbandoni, di figli cresciuti senza padri, i cui costi psicologici e sociali non sono quantificabili  e vanno ben al di là della dimensione economica. Oltretutto, e questo è giustamente sottolineato nel libro, l’industria del Nord, sin dalla sua nascita, negli anni 80 e 90 dell’800, del suo decollo, agli inizi del XX secolo, e poi del suo boom, negli anni 60 del secolo scorso, ha avuto luogo, in ogni fase, a spese del Sud.   Tutto ciò si perpetua ancora oggi in virtù delle scelte economiche, finanziarie, politiche e sociali delle maggioranza parlamentare attuale, egemonizzata dall’asse Lega – Tremonti di sapore costantemente antimeridionalista.

Senza il Sud, il suo sacrificio e i suoi contributi economici, finanziari, in Nord d’Italia non sarebbe oggi così industrializzato e ricco. Pino Aprile spiega le ragioni di questa affermazione categorica e veritiera senza bisogno di inventare nulla e senza avere scoperto niente di nuovo, ma limitandosi a rivisitare gli studiosi meridionalisti dell’800 e del 900 come Giustino Fortunato, Gaetano Salvemini, Sidnei Sonnino, Francesco Saverio Nitti, Antonio Gramsci, Luigi Sturzo. La prima industrializzazione del Paese ebbe luogo a partire dagli anni 80 dell’800 sotto i governi di sinistra, con il ministero Crispi in particolare (che era un meridionale di Ribera), attraverso una politica doganale protezionistica, che mentre proteggeva i manufatti italiani dalla concorrenza francese, provocava come reazione, del governo francese la erezione di barriere doganali contro i prodotti della agricoltura intensiva e specializzata del mezzogiorno d’Italia (olio, frutta, ortaggi ecc.) provocandone la rovina. Gli stessi Governi, con il pretesto di compensare il Sud, eressero barriere doganali contro l’importazione di grano dall’estero favorendo così solo il latifondo. Salvemini denunciava, infatti, una alleanza di classe tra gli industriali del Nord e gli agrari del Sud contro gli operai industriali del Nord e contro braccianti e piccoli proprietari terrieri del Sud. Intanto la emorragia  demografica con l’emigrazione, quasi tutta concentrata a Sud, assicurava al paese le rimesse degli emigrati che agli inizi del 900, in età giolittiana, resero possibile il decollo industriale del Nord con i capitali del Sud. Nel secondo dopoguerra i governi scelsero di investire nella ricostruzione industriale, naturalmente del nord, i fondi che il piano Marshal aveva messo a disposizione per riparare i danni di guerra, decisamente più consistenti al Sud. Il boom industriale degli anni  60 del secolo scorso, ancora una volta, ha richiesta il concorso decisivo del mezzogiorno d’Italia attraverso una emigrazione di massa, cioè lo sradicamento di milioni di essere umani, con immani costi di natura psico-affettiva e con indicibili drammi esistenziali. Avrebbe potuto essere il capitale spostato al Sud, anziché il lavoro al Nord; non avremmo avuto le classiche valigie di cartone e lo spopolamento di tanti centri piccoli e grandi del mezzogiorno d’Italia. I terroni, che con il loro lavoro andavano a creare ricchezza, dovevano troppo spesso subire la cocente umiliazione di essere ancora una volta additati come incivili, villani ecc. ecc. Il sistematico depauperamento del mezzogiorno continua in forma non meno grave, anche se nuova: si tratta dell’emigrazione degli intellettuali, laureati o diplomati, che non trovano nel Sud sbocchi professionali adeguati alle loro specializzazioni e di cui il Nord ha bisogno sia nell’industria che nei servizi, per cui medici, ingegneri, docenti, avvocati, periti di vari settori, formatisi con i sacrifici e le povere risorse economiche di cui il Sud ancora dispone, vanno a produrre ricchezza per la parte settentrionale del Paese; ove, però, non vengono mai meno i pregiudizi secolari nei riguardi dell’intero Sud,  espressi oggi, in modo tanto chiaro quanto rozzo e primitivo, dal leghismo lombardo, che condiziona e orienta la politica antimeridionalistica dei governi.

Ma anche prima che la lega lombarda nascesse la politica dei governi di qualsiasi colore era già antimeridionalista non solo perché non ha voluto creare nel mezzogiorno tutte le infrastrutture che ha creato al nord (e quelle poche che ha creato sono state realizzate quasi sempre da imprese del nord, le quali, in combutta con le organizzazioni mafiose (specializzate sia nei subappalti, che nella riscossione del pizzo), hanno realizzato faraonici guadagni spesso a scapito della qualità dei materiali. E poi ai meridionali si rinfacciano gli incendi (si fa per dire) investimenti che nei quaranta anni della sua esistenza della Cassa per il Mezzogiorno lo Stato avrebbe realizzato nel Sud. Quando si affermano cose di questo genere si trascura che gli investimenti erogati tramite la Cassa, i quali avrebbero dovuto avere carattere straordinario, finirono con il sostituire tutti gli investimenti ordinari che lo Stato in quegli anni non fece al Sud, ma continuò a fare al Nord  Gli investimenti erogati tramite la Cassa, poi, sono davvero risibili perché lo Stato Italiano spese in quaranta anni per il suo Mezzogiorno circa un terzo di quanto ha speso in un solo quinquennio la Germania per la sua parte orientale dopo la riunificazione.

Sappiamo bene che nei centocinquanta anni della nostra storia nazionale, dopo la riunificazione, sono poche le luci e molte le ombre; l’analisi che di queste ombre dolorose che conduce Pino Aprile nel libro che stiamo presentando è del tutto condivisibile; ciò che non trovo condivisibile è il presentarci queste ombre come nuove scoperte della nostra storia, dal momento che i meridionalisti di ieri e quelli di oggi le hanno sempre denunciate; e non è vero che i manuali scolastici le hanno nascoste.

Anche il Sud, però, ha le sue responsabilità; e non sono trascurabili. Pino Aprile sostiene che a furia di essere stati trattati da inferiori dai settentrionali, che si ritengono superiori rispetto a noi, per centocinquanta anni, ci siamo convinti di essere davvero inferiori rispetto a loro, o almeno ci siamo abbandonati alla rassegnazione. Certo del sottosviluppo del Sud il Nord ha grandi responsabilità, ma noi non siamo solo vittime di un carnefice insensibile e disumano, o se lo siamo abbiamo dato un notevole contributo anche noi. Vorrei solo sottolineare che molti esponenti politici meridionali sono stati i primi carnefici del Sud: colui che propose la legge per la repressione del brigantaggio nel 1863, cioè l’onorevole Giuseppe Pica, era un abbruzzese; e colui che fece nel 1894 dichiarare lo stato d’assedio per reprimere in Sicilia il movimento dei Fasci dei lavoratori era un altro meridionale, cioè l’agrigentino Francesco Crispi. Va ancora sottolineato che il Mezzogiorno in centocinquanta anni non ha espresso un numero di Ministri inferiore a quelli settentrionali. Non si può sempre inveire contro la classe politica, perché prima bisognerebbe inveire contro chi la esprime. Il terrone dovrebbe fare di questo epiteto, che altri gli hanno appioppato, il suo nome per una battaglia, ma per una battaglia di cultura, di civiltà, di impegno politico orientato a riappropriarsi della sua storia, della sua dignità, dei suoi diritti, senza mai separarli dall’esercizio dei suoi doveri, abbandonando ogni forma di sterile rivendicazionismo e liberandosi di ogni atteggiamento e di ogni spirito gregari o clientelari. Non è un’impresa facile quella che ci aspetta: ma se vogliamo il riscatto del Sud non possiamo limitarci ai lamenti e nemmeno all’attesa di aiuti che non verranno, così come non sono mai venuti; dobbiamo, invece, rimboccarci le maniche per sprigionare le nostre energie, sfruttare le nostre risorse, stando in guardia che non ci esproprino, come è stato fatto, le nostre ricchezze. Non è un compito facile, né di breve durata, ma non è utopia. È l’unica via che si deve percorrere perchè  non venga spaccato il Paese dal momento che l’unità nazionale (nel quadro del consorzio europeo, nella prospettiva della sua unificazione e della solidarietà internazionale tra i popoli di tutti i continenti) è un valore inestimabile, la cui conquista è costata il sacrificio di centinaia di migliaia di vite. Rinunziarvi, come una certa sottocultura politica vorrebbe, sarebbe antistorico, oltre che antieconomico, e tradirebbe tutti i valori che il Risorgimento e la Resistenza hanno incarnato trasferendoli poi nella Costituzione della Repubblica. Noi terroni dobbiamo assumerci l’onere di fare comprendere queste cose anche a quei fratelli del Nord, e fortunatamente non sono tutti, che non l’hanno ancora capito. È consolante il fatto che, nonostante tutto, quasi tutti gli Italiani si emozionano ancora ascoltando l’Inno di Mameli nelle cerimonie ufficiali o in occasione di eventi sportivi internazionali. Occorre fare cambiare idea  sia a coloro che identificano la Padania come patria sia a coloro che per reazione auspicano la restaurazione dell’anacronistico Regno delle due Sicilie. L’Italia è e deve restare sempre più una e indivisibile, ma deve diventare sul piano economico, sociale e della qualità della vita sempre più omogenea.      

                                                                            Calogero Sciortino

Il 1° intervento è del Prof. Nino Agnello

Garibaldi per l’Unità della Nazione

150 anni dopo.

   Quando arrivai a Teano per l’anno scolastico 1962-63, vi trovai gli echi ancora udibili dei festeggiamenti per il centenario dell’Unità d’Italia (1861-1961) e ne raccolsi alcuni in opuscoli che vi circolavano, dato che vi erano cultori di storia patria che avevano ricostruito e rievocato il noto incontro a Caianello – una frazione di quel paese, in provincia di Caserta – tra Giuseppe Garibaldi e il re Vittorio Emanuele II di Savoia, salutato, proprio in quell’occasione, col fausto appellativo di re d’Italia (26 ottobre 1960).

   Di tali opuscoli commemorativi mi giovai poi quando nel 1982, per il centenario della morte del Nizzardo, si costituì in Agrigento un comitato cittadino che raccolse nel volume L’evento garibaldino nel territorio di Agrigento, a cura dell’amico e collega Tito Aronica, tutti gli scritti che studiosi e scrittori locali realizzammo per quella occasione. Io scrissi e recitai il dialogo storico-fantastico “Un incontro un regno. Giuseppe Garibaldi e Vittorio Emanuele”.

   Ricordo che avevo proposto, in un Collegio dei Docenti, per quell’anno scolastico 1981-82 lo studio di Garibaldi come tema comune delle terze liceali del Liceo classico “Empedocle”; ma poiché non era stato accolto dalla maggioranza, io da allora continuai a studiarlo per conto mio in silenzio attraverso la letteratura, senza invadere il campo altrui e senza pestare i piedi a nessuno.

   Lo studiai attraverso gli scrittori e i poeti risorgimentali, dapprima quelli che erano stati i testimoni diretti della liberazione della Sicilia e del Sud (Abba, Bandi, Medici, Costa, ecc.) e i molti autori di poesie ispirate a quegli eventi, raccolte in antologie del tempo. Poi lo vidi con gli occhi della grande triade –Carducci, Pascoli, D’Annunzio – e mi spinsi ancora in avanti con altri scrittori fino a Tomasi di Lampedusa e Sciascia.

   Il lavoro, ben corredato di una corposa premessa e di un fitto apparato di note critico-bibliografiche come pure di riscontri attinti al volume biografico del Guerzoni e alle Memorie dello stesso Garibaldi, giacque nel cassetto per alcuni anni in attesa di un buon motivo per la pubblicazione. Questo fu, per me, la ricorrenza del bicentenario della nascita del Generale (1807-2007), per cui lo trassi alla luce affidandolo alle Edizioni Helicon di Arezzo, che ne realizzò subito il bel volume La presenza di Garibaldi nella letteratura dell’Otto e Novecento, Arezzo 2007, pp.226.

 

   Dallo studio del numeroso materiale dedussi allora e le confermo ancora oggi alcune considerazioni di carattere generale che riporto di peso dalla Premessa, essendo oggettivamente incontrovertibili. Ecco, pp.9-15:

<<Un secolo di attività letteraria è legato alla personalità di Garibaldi. Il che vuol dire che questa figura, attraverso le varie vicende patrie e personali, continuò a stimolare la fantasia e il sentimento dei poeti, la mente e il ricordo dei memorialisti, il giudizio degli scrittori e degli storici. Fu quindi come un elemento unificante attorno a cui convergevano la mente e il cuore di uomini di varia estrazione sociale e ideologica. Dice infatti bene Gaetano Trombatore che “un filo ideale” unisce le opere legate a Garibaldi.

   Certamente dovremmo distinguere due categorie di scrittori interessati o legati alla personalità di Garibaldi: la categoria degli scrittori che a buon diritto ormai si dicono garibaldini (Nievo, Farini, Costa, Abba, Bandi, Checchi, Barrili, Guerzoni, ecc.) e la categoria degli scrittori e poeti – in vario modo e in varia proporzione – interessati alla figura di Garibaldi. E’ ovvio che in quest’ultima possono rientrare tutti gli altri, dal Dall’Ongaro a Pascoli, da Carducci a Tommaseo, da D’Annunzio a Capuana, a Pirandello, a Sciascia.

   “Gli scrittori garibaldini erano tutti, o quasi tutti, giovani di spirito rivoluzionario e democratico, e al culto della patria li aveva svegliati la parola del Mazzini” (aggiunge Trombatore). Ma Garibaldi, aggiungiamo noi, li rese scrittori da medici (L.C.Farini), da pittori (G.Costa), e da ufficiali e soldati che erano tutti, e poi divennero uomini politici e parlamentari o giornalisti e professori.

   Per tutti questi scrivere su Garibaldi o su vicende patriottiche e militari non era un fatto episodico, ma per lo più era un rievocare una parte della loro vita, impegnata in quelle vicende e in quegli ardori giovanili. Così percorrere quelle tappe, come la caduta della repubblica romana o la campagna della seconda e terza guerra d’indipendenza o la spedizione dei Mille, era un rivivere la loro vita, esaltare un ideale e un amore, conservare memorie ai posteri, perché questi apprendessero dalla testimonianza diretta dei protagonisti le varie fasi del Risorgimento e dell’unificazione d’Italia. In tutti quindi c’è un nobile scopo che li rende scrittori o dà carica ideologica alla loro scrittura.

   Quelli che abbiamo chiamato della seconda categoria, se non era una parte della loro vita che narravano, erano i loro umori e sentimenti, crucci e ideali che esprimevano, stimolati da varie occasioni. Ma gli uni e gli altri trovarono nella personalità di Garibaldi un elemento storico e ideale di riferimento, di sostegno, di unificazione.

   La figura di Garibaldi ci viene restituita in diverse sfaccettature e in diverse tappe. Il Barrili ci fornisce cenni biografici circa le sue origini; Costa e Farini ce lo fanno vedere durante le sfortunate vicende della repubblica romana e poi attraverso l’estenuante viaggio di un mese nel tentativo di portare aiuto a Venezia; Abba e Bandi accompagnavano amorevolmente il Generale per tutta la spedizione dei Mille; il Barrili ce lo fa vedere  Mentana; Eugenio Checchi a Bezzecca nella guerra del 1866; Dall’Ongaro lo fa rivivere trasfigurato dai popolani di Napoli e Palermo durante la famosa spedizione; Carducci lo esalta in diverse occasioni fino al commosso elogio funebre del 1882; Stecchetti ne rievoca nostalgicamente certe imprese in occasione del figlio Manlio nel 1900 non perdendo l’opportunità per un’aspra rampogna ai tempi presenti; e giungiamo infine alle libere ricostruzioni di episodi biografici da parte di Pascoli e di D’Annunzio per l’assunzione di Garibaldi a biografia ideale e simbolica; come pure riscontriamo in Pirandello e Sciascia l’esigenza di una interpretazione critica del moto risorgimentale-unitario e il bisogno di denunciare il fallimento dell’unità. (…).

   Fra tanti scrittori e poeti, è indubbia l’originalità del poemetto del Dall’Ongaro (Garibaldi in Sicilia), in cui il poeta fa parlare donne, popolani e soldati, e dalle espressioni meravigliate di questi fa risaltare l’immagine di un Garibaldi eroe invincibile perché giusto e buono, e perché protetto da due santi gloriosi e miracolosi come Santa Rosalia e San Gennaro. E non sfugga –nel poemetto – il tono da leggenda popolare con versi volutamente facili e orecchiabili, come non sfuggano queste amplificazioni, ingenue e retoriche, della personalità dell’eroe. E’ il moderno paladino, ingrandito e anche deformato, dal gusto e dalla fantasia del popolo, che ha assunto già quell’eroe nel catalogo dei santi e protettori. (…).

   Senza dubbio Garibaldi è la figura più popolare del nostro Ottocento, né conosciamo un altro personaggio italiano che abbia influito tanto sugli scrittori e che da questi sia stato per così lungo tempo cantato, descritto, rievocato, sfruttato e idealizzato. Per cui, dopo la letteratura ciclica cavalleresca legata a Carlo Magno, a Orlando e ad altri antichi paladini, possiamo ben dire che, alla luce dei fatti e delle testimonianze, una nuova letteratura ciclica ruota e vive attorno a Giuseppe Garibaldi. E non solo gli italiani scrissero su di lui, ma anche stranieri, da Bartolomeo Mitre, che fu giornalista e poi presidente della repubblica argentina, a scrittori inglesi e francesi come George Sand, Louise Colet, Victor Hugo, Alessandro Dumas, che lo volle seguire nella spedizione dei Mille, allo storico Michelet.

   Un cenno a parte meritano Capuana, D’Annunzio, Pascoli, Pirandello. Sappiamo che Capuana pubblicò nel 1861 una leggenda drammatica in versi ispirata e intitolata a Garibaldi, per cui questo lavoretto scaturisce da un clima romantico e da un amore giovanile, dal fascino dell’eroe, subìto ai tempi della spedizione in Sicilia. Un amore giovanile che diventa senile, che ritorna cioè in tarda età, nel 1915 nel dramma dialettale “Prima dei Mille”. Si tratta di una libera ricostruzione storica, non protesa alla veridicità dei fatti, quanto invece è intenta a cogliere un clima di sentimenti patriottici e indipendentistici, che trovavano unificazione in quell’eroe.

   Notiamo poi che al primo decennio del Novecento risalgono il Libro di Elettra di D’Annunzio, i Poemi italici e i Poemi del Risorgimento di Pascoli, I vecchi e i giovani di Pirandello. Siamo in clima prebellico, ai tempi dell’entrata in Libia, nel famoso decennio giolittiano, ai tempi della ripresa del nazionalismo. Nel poeta abruzzese c’è l’impegno del canto eroico di cui è improntato tutto il libro di Elettra, e per giunta la celebrazione di un eroe puro, astratto e idealizzato, sia pure rintracciato attraverso i suggerimenti della voluminosa biografia del Guerzoni. (…)

   I Poemi del Risorgimento pascoliani nascono nello stesso clima dannunziano, ma per un amore tardivo di patriottismo di maniera, un risorgimento dilatato nel tempo, che ha sapore di nazionalismo patriottico e di proletarismo umanitario. I poemetti ispirati a Garibaldi (…) vogliono ritessere le fila di una biografia ideale: l’idealismo mazziniano, il sansimonismo alla francescana, l’eroe contadino, il bisogno del ricordare. E poi il Garibaldi dei Poemi Italici che si incontra con Tolstoj, è ormai il predicatore della pace, il mansueto eroe addomesticato, saggio e filosofo, francescano e contadino: è una proiezione personale, un simbolo più che una realtà (…).

   Gli umori di Pirandello sono più complessi, nel tentativo di cogliere gli aspetti di una decadenza morale nella società italiana fine Ottocento, per cui Garibaldi riunisce e rappresenta ideali di sincero patriottismo e una forza morale come corazza e fronte di resistenza contro una crisi incalzante di valori e di tempi nuovi.

   Voci di controcanto si possono considerare quelle di De Roberto, di Sciascia e di Tomasi: se in Pirandello c’è ancora una forte componente morale legata ad una eredità di fede patriottica, in questi tre scrittori abbiamo trovato un amaro scetticismo come spia di una delusione storica e politica che oltrepassa la loro opera e risale molto più a monte. (…).

   Con Giuseppe Tomasi abbiamo pensato di chiudere questa nostra fatica, ritenendo che il suo Gattopardo possa considerarsi il punto terminale di una lunga vicenda durata più di un secolo: vogliamo dire che quella storia della letteratura italiana, ruotante attorno alla personalità di Garibaldi e apertasi intorno agli anni 1859-60, sembra avere un epilogo, letterariamente egregio, con la pubblicazione nel 1959 del romanzo del Lampedusa. Un tempo lunghissimo per una produzione ciclica, che assorbe opere di occasione e altre di più alto respiro, testi celebrativi e  testi di riflessione, di rievocazione storica, di utilizzo simbolistico che fa uscire i fatti e la persona fuori dell’ambito temporale>>.

   Tre quindi sono le fasi di questa letteratura ciclica: quella eroico-testimoniale del periodo risorgimentale che terminerebbe nel 1882; quella simbolistica con l’esaltazione dell’eroe senza tempo come idealizzazione di un’idea e di un uomo, che va dal 1882 al 1915; e quella critica che dura grosso modo fino al 1960, legata a un sentimento di delusione storico-politica e riconducibile alla corrente del meridionalismo revisionista.

 

   Di carattere soggettivo, e perciò discutibili, possono essere altre considerazioni. A me, come autore, sembra opportuno riportare l’attenzione a questa personalità eccezionale nella ricorrenza del 150° anno dell’Unità d’Italia, i cui festeggiamenti sono partiti già da questo 2010 per protrarsi per tutto il 2011. Anche dal punto di vista letterario, una personalità come quella di Garibaldi che ha fatto ruotare attorno a sé un secolo di abbondante letteratura, mi pare degna di rientrare di diritto negli attuali festeggiamenti.

   Se poi mi si obietta che era un massone e un anticattolico, che combattè Chiesa e Papato per abbattere il loro potere temporale, io rispondo che questa ormai è storia e come tale va vista e ripresentata. Quanto al potere temporale, io risponderei inoltre che, secondo me, è stato un bene che sia finito per sempre, anzi sarebbe stato meglio che fosse finito ancora prima di quel 20 settembre 1870, perché una Chiesa povera non è una iattura, ma una condizione preferibile e più consona alla sua missione terrena.

   Se poi per volere unanime delle forze intellettuali e popolari dell’Ottocento era un bene per tutti che si realizzasse l’unità d’Italia, era giusto che essa passasse sulla testa di tanti Principi e monarchi di quell’epoca compresa la spoliazione temporale del Papato. Quanto a questa poi, credo che abbiano fatto più male la legge Cavour-Rattazzi del 29 maggio 1859 per la soppressione in Piemonte di tutte le corporazioni religiose che non avessero atteso alla predicazione, all’educazione o all’assistenza agli infermi, e subito dopo la legge di Ricasoli del 7 luglio 1866 sulla soppressione delle corporazioni religiose e l’incameramento dei loro beni a vantaggio del fisco, in tutta la Nazione. Questi provvedimenti buttarono infatti sul lastrico e allo sbando migliaia e migliaia di persone impreparate ad affrontare la vita del laicato. Ne è testimonianza il romanzo Lu saracinu di Alessio Di Giovanni.

   Se poi un’ampia fascia di studiosi meridionalisti e di revisionisti di oggi giudica fatto male il regno d’Italia perché i Savoia non si dimostrarono all’altezza del grande compito a cui furono chiamati, la colpa non è di quanti, con alla testa Mazzini e Garibaldi, in pieno Ottocento pensarono e agirono per l’indipendenza e l’unità della Nazione e dello Stato italiano, bensì dei Governi e dei regnanti che nel tempo furono destinati alla loro amministrazione.

   Io, comunque, difendo una idea e non gli errori degli uomini e, in particolare, dei politici.

Agrigento, dicembre 2010                                 

                                                                                                                                 Nino Agnello

  

Iniziamo questa nostra rubrica culturale ospitando un articolo su Giuseppe Ungaretti scritto dalla nostra Lillina Centinaro Savatteri che ha raccolto il nostro invito con entusiasmo

 

Ci auguriamo che nel seguito questo spazio culturale possa, con il contributo di tutti gli amici lions, arricchirsi di sempre nuovi ed interessanti interventi.

  

GIUSEPPE UNGARETTI

 

VITA DI UN UOMO

Commento a cura della Prof. Lillina Centinaro Savatteri

 

Ci piace iniziare questo primo “Appuntamento con la letteratura” con un poeta del secolo scorso, Giuseppe Ungaretti che, per avere attraversato quasi tutto il Novecento (n. 1888 – m. 1970), è quello che più di tutti ne ha portato i segni e sofferto le stigmate, e nel contempo sentito e assorbito i fermenti culturali nuovi e di avanguardia.

 

Egli si offre a noi, suoi posteri, come testimonianza consapevole di una storia appena trascorsa, che ha travasato e cantato nella sua poesia a quel modo che sanno cantare i poeti e Ungaretti in special modo. Se pensiamo che il titolo definitivo dato alla raccolta di tutte le sue poesie è “Vita di un uomo”, comprendiamo quale rilievo e importanza egli abbia dato alla sua esperienza umana e alla dimensione uomo come fondamento della sua poesia.

 

Una poesia, infatti, non mai quieta in formule acquisite, ma sempre volta a scoprire qualche lato di sé non del tutto dichiarato, non approfondito in pieno, che è in stretto rapporto con la vita che scorre, che indica come stabili e perenni certe sue costanti come il dolore, l’amore, la fratellanza, il coraggio necessario a credere, a meditare, dubbiosi.

 

Non c’è in lui scarto, divario tra letteratura e vita; confessa, infatti: “Le mie poesie hanno un fondamento in uno stato psicologico strettamente dipendente dalla biografia: non conosco sognare poetico che non sia fondato sulla mia esperienza diretta”. Seguiamolo, pertanto, in queste sue esperienze dirette, da cui nasce il suo ripiegamento poetico, tenendo presente che dalla sua poesia conosciamo sì la vita di un uomo, ma nella dimensione spirituale più autentica, la vita come realtà più intima e segreta dell’uomo.

 

In questo senso la poesia di Ungaretti raggiunge le radici dell’essere e mira ad una purezza assoluta, bruciando ogni residuo descrittivo e realistico. Tra le esperienze dirette, che testimoniano un primo dramma del Novecento, vi è quella dell’esule e dell’emigrato. I suoi genitori, infatti, erano emigrati dal circondario di Lucca in Alessandria di Egitto, dove il nostro nasce nel 1888, quando l’emigrazione degli italiani si spingeva anche nei paesi arabi. Qui il padre aveva trovato lavoro, come operaio, nella costruzione del Canale di Suez, e la madre aveva aperto un forno per arrotondare le risorse finanziarie. E sarà questo suo lavoro a permettere alla famiglia di continuare a vivere in modo dignitoso dopo la morte del marito, avvenuta per un incidente nel lavoro nel 1890.

 

È in Alessandria che Ungaretti conosce, sin da bambino a scuola, il valore della fratellanza. Dice:  ”I miei compagni erano ragazzi che appartenevano a tutte le credenze religiose e alle più varie nazionalità. È un’abitudine presa fin dall’infanzia quella di dare, certo, un’importanza alla propria nazionalità, ma, insomma di non ammettere che non potesse essermi fratello chi ne avesse un’altra”.

 

A casa sua conosce anche il valore della solidarietà e il dramma dello sradicamento quel dramma che oggi, mutata la situazione, tanti emigrati arabi vivono nel nostro paese. Dice: “Anarchici, evasi dal domicilio coatto, ne conobbi fin da bambino. Frequentavano casa nostra essendo della stessa regione della mia famiglia e spesso conoscenti da ogni tempo. La nostra casa era certo una casa dove la tradizione si rispettava, una casa di gente rigorosamente religiosa, ma una casa dove non si respingeva chi forse era un illuso; ma per la sua fede pativa in esilio. I suicidi miei coetanei si tolsero la vita per ragioni profonde, perché si sentivano lontani dalla loro civiltà, senza potersene interamente staccare, e senza potere interamente appartenere ad un’altra. Altri furono suicidi per quella disperazione di chi, nato e cresciuto all’Estero, si senta sradicato dalla sua terra e senta che in essa difficilmente potrebbe mettere radici, e che in nessun’altra terra potrà mai mettere radici. È angoscia dalla quale non è immune la mia poesia”.

 

Stringe amicizia con Moamed Sceab, il compagno che con lui andrà a studiare a Parigi: “Discendente/di emiri di nomadi/suicida/perché non aveva più/patria”. Incapace di mettere radici sulla terra, in esilio in Egitto, in esilio in Francia. “Amò la Francia/e mutò nome/Fu Marcel/ma non era Francese”. Moamed si suicidò per non aver saputo conciliare in sé le due contraddizioni del vivere e del pensare, e per non avere saputo superare, vincere l’angoscia nel canto, nella poesia. “E non sapeva/sciogliere/ il canto/del suo abbandono”. Ungaretti assegna, infatti, alla poesia una funzione profondamente catartica. Dice che: ”La poesia non è un esercizio di retorica, né un esercizio puramente estetico…La funzione della poesia…ha il carattere di un’espressione veramente di salvezza”.

 

Ed è nella poesia che egli troverà il suo rifugio e la sua salvezza, perché anche lui vivrà da esule tutta la sua vita:“In nessuna/parte/di terra/mi posso/accasare/Ad ogni/ nuovo/clima/che incontro/mi trovo/languente/che/una volta/già gli ero/assuefatto//E me ne stacco sempre/straniero//…Cerco un paese innocente//”.

 

Ancora fa esperienza di coraggio e di solidarietà nella Baracca Rossa di Enrico Pea, toscano commerciante di marmi, emigrato a sedici anni pure lui in Egitto e divenuto, poi, per incoraggiamento dello stesso Ungaretti, uno degli scrittori più schietti del nostro Novecento. Nella sua Baracca si riunivano anarchici e fuoriusciti e si parlava di libertà, di attentati. Queste esperienze faranno sì che Ungaretti assuma un modo di partecipare alla vita fatto di entusiasmo, fratellanza, coraggio, pronto sempre a soffrire e a pagare di persona.

 

Della terra natia altri fattori contribuiranno alla sua formazione umana e poetica. Confessa, infatti, come sia stato colpito dai precetti della religioni araba che aderivano alla sensualità, lui che, pur da bambino, era stato educato alla religione cattolica da una madre religiosissima e pia. Una sensualità che manifesterà soprattutto nelle liriche d’amore con una spinta fortissima ed indomabile.

 

Della poesia araba erediterà il senso dell’incommensurabile, dei grandi spazi, della musicalità, della monotona cantilena. Dice: ”In quella cantilena sentivo vagamente Iddio evocato e, all’infuori di Lui, non esistere altro se non un nostro lamento quasi tacito, nulla. Sono di Alessandria d’Egitto: altri luoghi d’Oriente possono avere le mille e una notte, Alessandria ha il deserto, ha la notte, ha il nulla, ha i miraggi, la nudità immaginaria che innamora perdutamente e fa cantare a quel modo senza voce che ho detto”. In versi così ricorda Alessandria, con la nostalgia dell’esule: “Conosco una città/che ogni giorno s’empie di sole/e tutto è rapito in quel momento/me ne sono andato una sera/nel Cuore durava il limio/delle cicale/Dal bastimento/verniciato di bianco/ho visto la mia città sparire/lasciando/un poco/un abbraccio di lumi nell’aria torbida/sospesi//”.

 

Nel 1912 si trasferisce a Parigi per continuare gli studi alla Sorbona. A Parigi viene a contatto con i fermenti culturali nuovi e di avanguardia che lasceranno un segno nella sua poesia. Già, in Alessandria a scuola, aveva letto Baudelaire, Rimbaud, Verlaine, Mallarmé, dal quale si sente fortemente attratto. Scrive: ”non credo che allora capissi Mallarmé…mi seduceva con la musica e le sue parole, con il segreto, quel segreto che mi è tutt’oggi segreto”. E più tardi dirà: ”Mallarmé non mi è forse più un poeta interamente ermetico, è un poeta, perché la poesia, se c’è, seduce mediante la musica dei suoi vocaboli, mediante un segreto”. Giudizi questi che si possono benissimo adattare alla poesia di Ungaretti, dalla quale pure ci si sente attratti anche quando non se ne sappia che malamente decifrare il senso letterario, e che seduce per la musica delle sue parole.

 

Frequenta alla Sorbona le lezioni di Bergson, il filosofo dello slancio vitale, della dilatazione del tempo, verso il quale Ungaretti confessa di avere un debito poetico. Si lega di amicizia con Apollinaire, l’animatore dei movimenti d’avanguardia, e del cubismo in particolare, e dice che i contatti con Apollinaire rimarranno in lui ricordo di stimoli dai quali deriveranno conseguenze nella sua vita e nella sua poesia. Incontra, nei loro soggiorni a Parigi, Palazzeschi, Papini, Soffici e i Futuristi come Marinetti, Boccioni, Carrà, e poi Braque, Picasso. Furono incontri con un tipo di arte e di moralità che, dice Ungaretti, hanno avuto decisiva importanza nella sua formazione generale e nella sua poesia.

 

Nel 1914 si stabilisce a Milano, ma nel 1915, scoppiata la guerra (era stato tra gli interventisti) è chiamato alle armi e viene mandato nel Carso. Passa così dal deserto d’Africa allo scenario desolato del Carso, delle doline, dove farà la dura e dolorosa esperienza della trincea, della vita cui aggrapparsi e della morte sempre in agguato. L’immagine di una umanità sofferente di cui aveva fatto esperienza nella sua casa di Alessandria e nella Baracca Rossa di Enrico Pea, il sentimento di fratellanza e di solidarietà gli si rinsaldano nell’esperienza della guerra. Dice in una lirica: “Di che reggimento siete/fratelli?/Parola tremante//”. E in un'altra: “In agguato/in queste budella/di macerie/ore e ore/ho trascinato/la mia carcassa/…Ungaretti/uomo di pena/ti basta un’illusione/per farti coraggio//…”. E in un’altra, confessando tutto il suo orgoglio di essere di origine italiana, pare dimenticare l’asprezza ed i pericoli della guerra: “Ma il tuo popolo è portato/dalla stessa terra/che mi porta/Italia//E in questa uniforme/di tuo soldato/mi riposo/come fosse la culla di mio padre//.

 

Finita la guerra si stabilisce a Roma, ma spesso è in giro per l’Italia e l’Europa, ora come inviato della "Gazzetta del popolo" di Torino, ora chiamato come conferenziere, finché nel 1936 si stabilisce in Brasile, a San Paolo, dove gli è stata offerta la cattedra di Lingua e Letteratura Italiana. Qui vivrà, in “un volontario esilio” fino al 1942, e qui perde nel 1939 il figlio Antonietto di nove anni. Questa sarà una bruciante e dolorosa esperienza che il tempo non lenirà mai. Scrive: “Fu la cosa più tremenda della mia vita. So che cosa significhi la morte, lo sapevo anche prima; ma allora, quando mi è stata strappata la parte migliore di me, la esperimento in me da quel momento la morte….Quel dolore non finirà mai di straziarmi”. E in versi, che rimarranno tra i più alti e commoventi della sua poesia tra l’altro così dice: “Nessuno, mamma, ha mai sofferto tanto…Ora potrò baciare solo in sogno/le fiduciose mani/…come si può ch’io regga a tanta notte?...Mai, non saprete mai come m’illumina/L’ombra che mi si pone a lato, timida/Quando non spero più…/…E t’amo, t’amo, ed è continuo schianto!...//”.

 

La tragedia individuale si risolve in quella dell’intera nazione, quando, rientrato in Italia nel 1942, trova Roma occupata dai Tedeschi. Sono due momenti di un destino umano di sofferenza. Dalla tragedia collettiva scaturisce la sua lirica corale in cui Ungaretti trova accenti di intensa commozione umana e di sincero amore per la patria vilipesa. In questa lirica egli assume soprattutto il tono del poeta-vate, forse l’ultimo poeta vate della nostra letteratura, al di là dell’enfasi con la quale egli stesso recitava questa parte. Si pensi a “Mio fiume, anche tu”, lirica dedicata al Tevere, dove si confondono dolore e fede: ”Cristo, pensoso palpito,/dopo gli strappi dell’emigrazione,/La stolta iniquità/Dalle deportazioni/”. O ai versi “Cessate di uccidere i morti/non gridate più/non gridate/Se li volete ancora udire./”. O ai versi dedicati alla Patria: “Da venti secoli t’uccide l’uomo/che incessante vivifichi rinata,/Umile interprete del Dio di tutti/Patria stanca delle anime,/succederà, universale fonte,/Che tu non più rifulga?/”.

 

Finita la guerra, inizia per l’Italia un periodo di lenta e progressiva ricostruzione e per il nostro un periodo di relativa serenità. Il poeta, stabilitosi a Roma, si dedica ad una intensa attività saggistica, riceve premi, riconoscimenti e onorificenze in Italia e all’Estero, e soprattutto si dedica al riassetto del corpus delle sue liriche, che vanno dal 1914 al 1967. Le singole liriche e raccolte di poesie verranno continuamente riscritte, rifuse, ricomposte, in un iter tormentato, per andare a costituire quell’unica opera, che solo nel 1969, ad un anno dalla sua morte, vedrà l’edizione definitiva nei “Meridiani” di Arnaldo Mondadori col titolo di “Vita di un uomo”.

 

Il suo rinnovare l’espressione, la forma è, però, un rinnovamento dall’interno, non pensato da snob, ma dovuto alla sua esigenza di verità e di onestà. Le sue esperienze di dolore non potevano essere espresse nella roboante retorica dannunziana, né con i moduli dimessi del Crepuscolarismo. D’altra parte, Ungaretti si era formato in un’atmosfera culturale diversa da quella di tanti altri scrittori e poeti italiani del primo Novecento. E poi egli considerava l’esperienza poetica come esplorazione di un personale continente d’inferno a causa dell’assoluta solitudine che l’atto di poesia esige e della singolarità del sentimento di non essere come gli altri. Riconosce anche che la forma e la sostanza, quando si tratta di vera poesia, non stanno su due piani diversi, ma sono fuse l’una nell’altra. Pertanto gli occorrevano formule poetiche nuove che, dallo scandaglio del proprio animo, portassero alla luce enunciazioni fulminee, essenziali, in cui la parola, emersa dal profondo della meditazione, quasi rinnovata, esprimesse l’aggrovigliata interiorità.

 

La sua, pertanto, è la poetica della parola autentica, della parola-vita carica di suggestioni e di significati. Da qui l’uso dell’analogia, sinestesia, degli ossimori, che, facendoci varcare in un baleno lontananze straordinarie ci danno “illuminazioni favolose”. Da qui la scomposizione del verso tradizionale, l’eliminazione di quella musicalità che suona, ma non crea, la scarnificazione che arriva fino alla pagina bianca, alla poesia dell’attimo. Anche se nelle raccolte di poesie, successive alla prima raccolta, Ungaretti ritrova i metri e i moduli della tradizione poetica, questi saranno sempre rinnovati per quell’affinamento della parola, sperimentato nella prima raccolta.

 

E quando, negli anni Venti rivive in Italia il recupero della tradizione e della lezione dei classici, Ungaretti trova la sua ancora di salvezza, per sfuggire al classicismo di maniera, nel canto. Così scrive, infatti: ”Rileggevo umilmente i poeti che cantano. Non cercavo il verso di Iacopone o quello di Dante, di Cavalcanti o quello del Leopardi: cercavo in loro il canto. Non era l’endecasillabo del tale, non il novenario, non il settenario del tal altro che cercavo; era l’endecasillabo, era il novenario, era il settenario, era il canto italiano, era il canto della lingua italiana che cercavo nella sua costanza attraverso i secoli, attraverso voci così numerose e così diverse di timbro e così gelose della propria novità e così singolare ciascuna nell’esprimere pensieri e sentimenti, era il battito del mio cuore che voleva sentire in armonia con il battito del cuore dei miei maggiori di una terra disperatamente amata”.

 

Per concludere ecco il bilancio che il poeta stesso fece della sua vita in un discorso pubblico, nel 1968, per i suoi ottant’anni, festeggiati con solenni onoranze in Campidoglio dal Governo Italiano: ” Non so che poeta io sia stato in tutti questi anni. Ma so di essere stato un uomo: perché ho molto amato, ho molto sofferto, ho anche errato, cercando di riparare al mio errore, come potevo, e non ho odiato mai. Proprio quello che un uomo deve fare: amare molto, anche errare, molto soffrire e non odiare mai”.

 

Se Ungaretti, a conclusione della sua vita, ancora una volta, dà precipua importanza alla sua condizione umana, noi, invece, diamo il debito riconoscimento al valore della sua poesia che, se è “sconvolgente” ad un primo approccio per l’intensità dei sentimenti, si rivela, poi, una poesia di conforto e di meditazione e la sua lettura è una di quelle che ci riconcilia con vita, col dolore, con la morte, con la natura non sempre benigna, col tempo che scorre, con gli uomini, che vivono la nostra stessa fragile condizione, qualunque sia il colore della pelle, la loro cultura, la loro religione.

 

Prof. Lillina Centinaro Savatteri